La signorina di bordo

“La signorina di bordo”: il romanzo di Teodoro Centomani 

Piercarmine Cecere 19/04/2026
Updated 2026/04/19 at 12:17 PM
4 Minuti per la lettura

Il romanzo “La signorina di bordo” di Teodoro Centomani intreccia ricordi e profumi che rimandano a un’epoca, quella della Seconda guerra mondiale nella sua fase più dura, e al rapporto tra la “signorina”, un vigoroso telegrafista navale, di nome Michele, che ha visto orizzonti infiniti e solcato lidi lontani, e un ragazzino con un deficit in matematica, rapito dai segreti della vita rivelatigli lezione dopo lezione dal maestro. L’autore invita i lettori ad immedesimarsi nel ragazzino, diventando buoni ascoltatori e ottimi compagni nel viaggio che attraversa i ricordi custoditi nell’anima di Michele e nelle pagine del volume, che hanno sullo sfondo la Napoli ferita dal passaggio dei tedeschi e degli americani. 

Il segreto è tutto qui, nella capacità di trasmettere gioie e sofferenze che si alternano inevitabilmente nell’esistenza di ognuno e nella curiosità tipica dei ragazzini che impreziosisce e rafforza le scelte quotidiane. La narrazione avvincente e il rapporto genuino tra i protagonisti che si sviluppa nei dialoghi conferiscono grande interesse al romanzo, presentato lo scorso 23 febbraio alla libreria Raffaello di via Kerbaker, a Napoli. Abbiamo così deciso di incontrare in redazione l’autore per dialogare sul testo. 

Riportare storie 

Teodoro Centomani non è sempre stato uno scrittore: anzi, l’oggetto dei suoi testi non sono mai stati racconti come quello de “La signorina di bordo”, ma rigide perizie redatte per la Reale Mutua: «Le perizie, generalmente, hanno un loro schema preciso, ma in determinati casi più complessi è necessario redigere delle descrizioni ben precise che raccontino gli avvenimenti in ordine cronologico, quasi giornalistico». Con l’esperienza accumulata e il pensionamento raggiunto, il signor Centomani continua a scrivere, ma oggi lo fa per passione, o meglio, per riportare le storie che ricorda con più fervore.  

Alla domanda sul tipo di rapporto e correlazione esistente tra autore e protagonisti, Centomani, commosso, ammette che Benni, il ragazzino che ascolta attentamente le storie di Michele è in realtà lui: «Ho scelto volontariamente di non mettere il mio nome, è una scelta che contraddistingue tutti i miei lavori, ma sono io quel ragazzino nella villa Belvedere in via Aniello Falcone al Vomero, residenza non molto lontana dalla casa in cui ho vissuto fino all’età di 19 anni. È stata una fortuna essere nato in quello che per me era un microcosmo». Appurato questo elemento narrativo, Centomani svela alcuni elementi della vita del telegrafista navale: «Nonostante fosse un uomo burbero e vigoroso, gli veniva attribuito un nomignolo femminile per il modo di lavorare e il suo aspetto sempre pulito e ordinato, nonostante il tipo di mansioni fisiche e pericolose che svolgeva in quanto radiotelegrafista della marina mercantile. Ma Michele non era cattivo, ma un uomo di gran cuore». 

Il rituale che scompare 

I continui dialoghi appassionati tra l’ex marinaio e il ragazzino che contraddistinguono buona parte del romanzo raccontano un rituale che con il passare del tempo sta scomparendo. «Le nuove generazioni non parlano più con gli adulti, ed è un gran peccato. Se un giovane ha la fortuna di avere alle spalle una famiglia che lo ascolti e che stimoli la sua curiosità, quest’ultimo verrà fuori con delle conoscenze di esperienze di vita che potranno, di conseguenza, essere di aiuto ed esempio per le scelte che dovrà compiere in futuro». 

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