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Anche quest’anno l’Università Orientale, nel cuore del centro storico di Napoli, ospita Davide Grasso per la presentazione del suo secondo libro: Il fiore del deserto. Davide è uno dei cinque ragazzi italiani che ha deciso di unirsi alle Ypg, le unità di difesa popolare del Kurdistan siriano con cui ha combattuto per cinque mesi nel 2016. Nel suo primo libro, Hevalen, raccontava della sua esperienza e delle motivazioni che lo avevano spinto ad imbracciare le armi contro l’Isis, a costo di rischiare tutto. Con la seconda pubblicazione torna invece ad evidenziare tutto ciò che può essere d’ispirazione anche per l’Occidente nell’esperienza di autogoverno del Rojava. Esamina dunque il modello della comune utilizzato dalla popolazione curda, dove i rapporti sociali sono orizzontali e si mira all’abolizione di qualsiasi tipo di gerarchia. Un ruolo importante ha anche la questione di genere. Le comuni infatti vedono le donne protagoniste in ogni momento della vita politica, a dispetto della cultura patriarcale storicamente radicata nel territorio siriano. Quello descritto da Grasso è quindi un fenomeno di sperimentazione sociale e politica che ribalta totalmente i principi della cultura dominante locale e propone nuove forme di autorganizzazione mutuabili anche nella nostra società. La resistenza si trova però al centro tra due fuochi: il fondamentalismo islamico e la Turchia, accusata dall’Osservatorio per i Diritti Umani di aver compiuto innumerevoli crimini di guerra durante l’invasione di Afrin, a marzo dell’anno scorso. È per questo che l’esercito popolare si rende indispensabile contro i continui attacchi nemici che rendono la resistenza rara e fragile come un fiore nel deserto.

Nell’aula di Palazzo Giusso, dove si tiene la conferenza, il C.A.U., Collettivo Autorganizzato Universitario, ha esposto uno striscione con la scritta “Ogni tempesta inizia con una goccia, cercate di essere quella goccia”. Sono parole di Lorenzo Orsetti, 33enne fiorentino ucciso dall’Isis mentre, come Davide, militava al fianco delle forze curde, e riassumono lo spirito con cui questi ragazzi hanno portato avanti il loro atto di solidarietà.

L’autore ha iniziato la sua presentazione chiamando Davide, 21enne napoletano affetto da autismo, a leggere una lettera scritta di suo pugno dopo anni di riflessioni sulla situazione del Rojava. Il ragazzo esprime solidarietà verso la rivoluzione curda sperando, un giorno, di potervi contribuire. Partendo da questo spunto Grasso riflette sull’interesse suscitato nell’opinione pubblica dall’azione dei combattenti anti-Isis. Sorprende perciò l’iniziativa della procura di Torino che consiglia per Davide e i suoi compagni, ritenuti “socialmente pericolosi”, la sorveglianza speciale. Quest’ultima prevedrebbe il ritiro di patente e passaporto, l’allontanamento dalla città di provenienza, il divieto di riunirsi in gruppi di più di due persone ed un rigido coprifuoco. Tutto ciò senza che siano state infrante leggi nazionali o internazionali e senza un’accusa per terrorismo sostenibile poiché le Ypg non sono inserite nell’elenco delle associazioni terroristiche di nessuno stato, fatta eccezione per la Turchia. Dunque, perché attuare restrizioni della libertà personale verso coloro che portano avanti la guerra contro il Califfato, ormai dichiarato nemico non solo dei curdi, ma di tutto l’Occidente? Forse, ci siamo risposti, non è stato l’atto dei militanti italiani in sé per sé a scatenare questa reazione, ma la direzione politica che esso ha preso e che sottolinea l’ambiguità della posizione dell’Italia e dell’Europa che contro le politiche turche, dopo tutto, non si sono mai realmente schierate.

 

di Marianna Donadio

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