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L’era digitale ha inevitabilmente invaso il nostro mondo e provare a trovare gli aspetti positivi o negativi sarebbe ridondante e anche abbastanza superfluo, non ci resta che analizzare ciò che viviamo.

Tra i poteri maggiormente investiti da questa evoluzione c’è la politica e, particolarmente, i sistemi comunicativi di cui si serve.

Ad affrontare dettagliatamente questo discorso c’è il prof. Marcello Ravveduto, docente in Public and Digital History e Storia moderna e contemporanea all’Università degli studi di Salerno, grande esperto della comunicazione.

Oramai la comunicazione politica è cambiata notevolmente, molti opinionisti si meravigliano delle frequenti contraddizioni dei personaggi politici di spicco e tanti azzardano il buon vecchio paragone con gli esponenti della Prima Repubblica.

Cos’è successo e perché la vecchia politica non poteva permettersi queste uscite?

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Prof. Marcello Ravveduto

«Non se lo potevano permettere perché prima i partiti avevano dei programmi e fondamenti di carattere ideologico, ciò significava avere posizioni alternative e mantenerle nel tempo.

Basta pensare che il sistema politico italiano è stato fermo per 50 anni su posizioni ideologiche legate a questioni che dividevano il mondo, in Italia l’identità si basava sull’identità politica.

Ricordiamoci inoltre che, ai tempi, leader come Togliatti e Moro quando aprivano un congresso facevano relazioni di sei ore, oggi sfido chiunque a restare in un’assemblea dove la relazione di un segretario duri tutto quel tempo, molte cose sono cambiate.

Oggi pensiamo che il broadcast, la celebre comunicazione “uno a tutti”, è stato sostituito dal “socialcast” dove tutto è a tutti e tutti a tutto. Ciò porta ad un continuo cambiamento dei messaggi, dove le informazioni sono talmente tante, e circolanti per diverse piattaforme, che una posizione politica dopo un mese diventa già vecchia.

Questa è una dimensione che i politici sanno bene, soprattutto grazie all’affidamento ad esperti comunicatori che utilizzano algoritmi per leggere ciò che accade in rete, legando i messaggi ai trend-topic.

Ciò ha portato al cambiamento per il quale prima Moro per spiegare la sua posizione in merito ad una tematica ci impiegava sei ore, mentre Salvini cambia posizione con 140 caratteri.

Sono evidentemente due civiltà politiche totalmente diverse: da una parte abbiamo la politica della civiltà industriale e dall’altra quella della civiltà digitale»

E all’interno di questa pioggia di informazioni si rischia di battersi spesso in fake-news?

«La propaganda si è sempre fatta sulle false notizie, questo c’è sempre stato.

Il problema è che oggi sono in pochi a curarsi del fatto di trovare una dimensione in cui chi intermedia il sapere (professori, operatori culturali etc.) abbia un ruolo forte non tanto dentro al web, ma all’interno dei social, nei quali avviene la formazione di un’opinione pubblica digitale, quella che è stata definita “l’infosfera”.

Se dentro questa non si attua un nuovo modo di intermediare il sapere, già da adesso le generazioni del 2000 sapranno molto di meno delle generazioni precedenti».

Passiamo ora all’esecutivo gialloverde, ti ha colpito l’immagine di un’Italia divisa in Nord e Sud anche sul voto?

«In genere si definisce come una spaccatura, ovvero: Nord al centrodestra e Sud al Movimento 5 Stelle.

Posso dire che, come al solito, questi due si sono ricomposti sui tavoli del governo e, come sempre, il Nord ha un ruolo preponderante rispetto al Sud, pur avendo molti meno voti in questo governo.

Ciò lo vediamo anche dal fatto che il leader politico di quest’esecutivo è Salvini, nessuno del M5S ha capacità politica, ideologica e d’impatto sull’opinione pubblica che ha il segretario della Lega».

Insieme alla politica sono cambiate anche altre fonti di potere ed una è sicuramente quella mafiosa.

La criminalità è cambiata con il digitale come ha fatto tutto il mondo, la criminalità non è un elemento separato della società, ma è un prodotto di quest’ultima.

Pensiamo che in Italia ci sono 34milioni di persone che usano Facebook e 46milioni che usano il web tutti i giorni, possiamo mai pensare che i restanti 14milioni siano tutti criminali?

All’interno del “digitale” si modificano i criteri della criminalità organizzata e quest’ultima si inserisce perfettamente nel “socialcast”.

I narcos messicani, ad esempio, sono grandissimi produttori di contenuti web, così come alcuni camorristi fanno le dirette su Facebook per interloquire con la rete dei loro contatti.

Non dobbiamo dimenticare che i social esaltano la dimensione di “network” delle mafie e queste ultime replicano in rete la propria rete, ciò ci mostra oltremodo che la nostra civiltà è fondata su una dimensione chiamata “interreale”, dove reale e digitale dialogano anche nella violenza».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°193
MAGGIO 2019

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