La locanda del gigante: un percorso alternativo per uscire dalla droga

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Racconta una favola, che un uomo, un bambino e un gruppo di nani, abbiano costruito assieme una grandissima locanda e creato una comunità di uomini: la Locanda del Gigante.

Da questa leggenda prende nome il centro di recupero tossicodipendenti di Acerra, ospitante anche detenuti che scontano qui gli ultimi anni di pena per reati connessi allo spaccio di stupefacenti. Alla Locanda, però, non esistono sbarre né porte chiuse ed ognuno degli ospiti è libero di scegliere se partecipare o meno alle attività da svolgere nei campi coltivati che la circondano.

A fondarla è Carlo Petrella, sociologo ed ex dirigente del servizio antidroga della Regione Campania.

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Carlo Petrella

È proprio Carlo ad accoglierci al nostro arrivo alla Locanda, all’interno del suo studio, che gli fa anche da camera da letto affinché possa vivere a stretto contatto con i ragazzi della comunità. “Io credo nella terapia del contatto, della convivenza pelle a pelle” – ci spiega. Un altro aspetto che differenzia questa dalle altre comunità di recupero è il numero di ospiti che accoglie, mai più di 15. “Sono sempre stato contrario al concentramento dei tossicodipendenti, devono essere seguiti in piccoli gruppi, circondati da persone che stanno bene”. Gli abbiamo chiesto quale sia oggi, secondo lui, la causa che avvicina tanti al mondo della droga. “I tossicodipendenti di oggi non hanno nulla a che vedere con quelli del 2000” – premette – “La droga più diffusa ora è la cocaina e la principale motivazione per cui si inizia a farne uso è l’infelicità, la depressione. Un depresso cerca di aiutarsi con la coca perché è un eccitante, ma ti porta a stati d’animo insostenibili che si tenta di placare con altre droghe. In passato si parlava di monotossicomania, ora di politossicomania”. Ci fa un esempio concreto parlandoci di un ragazzo scappato dalla Locanda e morto di overdose circa 6 mesi fa. “Prendeva di tutto” – afferma. Il suo nome lo ritroveremo più tardi nella nostra visita alla struttura, tra le lapidi dei ragazzi passati per la comunità che non ce l’hanno fatta.

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Lo interroghiamo infine su un tema che divide l’opinione pubblica: la legalizzazione delle droghe leggere. “Il proibizionismo non serve a nulla” – afferma citando l’esempio degli Stati Uniti che, nonostante il denaro investito nella lotta contro l’alcool e le droghe, sono uno dei paesi più interessati dal problema delle dipendenze. “Non dobbiamo lavorare per costruire punizioni o regole, ma per aiutare le persone a trovare la propria autonomia”- conclude esplicitando uno dei principi fondanti della Locanda.
Durante il nostro incontro abbiamo poi l’opportunità di intervistare uno dei suoi ospiti. È arrivato qui sei mesi fa e ci parla della sua vita prima della comunità, ovvero di quei 20 anni che ha passato in carcere per conflitto a fuoco, spaccio internazionale e omicidio.

La prima volta che è stato arrestato aveva 18 anni, ci racconta, ed è proprio in carcere che ha conosciuto gli agganci che lo avrebbero portato a tornarvi nuovamente. “Il carcere non ti salva, ti incattivisce” – sostiene – “Se a 18 anni avessi incontrato una realtà simile alla Locanda forse non avrei fatto la fine che ho fatto. La gente in carcere dovrebbe avere la possibilità di lavorare, come succede a noi qui”.

Ci spiega poi il percorso che ha affrontato all’interno della Locanda: “all’inizio facevo resistenza. Sono sempre stato abituato a persone che per ottenere cercano di sopraffarti. Invece “il Dottore” – così chiamano Carlo – non dava ordini né punizioni e questa cosa mi faceva riflettere. Così ho deciso di iniziare a collaborare e mi sono innamorato del lavoro nei campi. Per me la Locanda è stata come acqua nel deserto”.

Ora ha 50 anni e 5 figli, di cui due stanno seguendo una strada sbagliata, quella che lui ha percorso in passato e dalla quale vuole uscire. La sua paura, ci confessa, è che possano arrivare alla sua età con i suoi stessi rimorsi, quando sarà troppo tardi per tornare indietro. “Bene o male – conclude – tutti abbiamo una coscienza e prima o poi arriva il momento di farci i conti”.

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°197
SETTEMBRE 2019

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