Primo Maggio: L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro a nero, sullo sfruttamento, sul precariato e su uno stillicidio che fa 1000 morti all’anno. Il 1 maggio si deve discutere di tutto quello che il lavoro dovrebbe essere, “elemento base della nostra identità democratica”, come ha detto ieri Sergio Mattarella in visita a Cosenza. Le questioni su cui dibattere in questo giorno sono tante, troppe, irragionevoli in un paese che i nostri costituenti hanno fondato sul lavoro.
Un sistema colpevole
“In Italia c’è un conflitto, una guerra che fa più di mille morti all’anno” cantavano i 99 Posse, che puntavano il dito verso un sistema consapevolmente malato. Oggi quel sistema ha inondato le università, in cui eventi denominati Carreer Day, spacciati per opportunità di lavoro per gli studenti per arricchire le proprie competenze professionali, si traducono in una opportunità per le aziende di raccattare merce umana da sfruttare e sottopagare, approfittando della fame di occupazione dei giovani che necessitano di pagarsi gli studi.
Il lavoro in questo sistema è al massimo un trend social, che viene trattato “seriamente” quando l’opinione pubblica si ridesta per il caso mediatico del momento, come l’incidente a Firenze che ha smosso il popolino per qualche settimana, e a cui è seguito un decreto fatto in fretta e furia dal governo che cambia poco e in peggio la sicurezza su lavoro, diventata con quest’ultimo una gioco a punti, in cui la morte di un lavoratore viene compensata da un corso di formazione.
Per questo sistema le misure di giustizia sociale come il salario minimo sono considerate dai nostri politici delle rentrée sovietiche. Per questo sistema la libertà non è quella del lavoratore di avere una retribuzione e una vita degna di un essere umano, ma quella dei privati di poter sacrificare la sicurezza sul lavoro e la dignità per amore dell’efficienza e del ricavo. 1000 morti all’anno non sono incidenti, sono una guerra.
Primo Maggio: cosa dobbiamo festeggiare?
Qual è il valore a cui ci aggrappiamo allora? Cosa celebriamo in questo giorno? Le istituzioni? I sindacati? I partiti a favore dei diritti dei lavoratori? Quel capolavoro che è La classe operaia va in paradiso con Gian Maria Volontè ci ha insegnato che ogni realtà tra quelle finora elencate ha, al suo interno, cellule tossiche che infettano la lotta, mettendo in chiaro che l’unico organo del corpo statale che ha davvero diritto di parola sul lavoro è uno e uno soltanto: il lavoratore.
Viene in mente un episodio emblematico dei Simpson, a parere di chi scrive il più commuovente, in cui il padre di famiglia, Homer, davanti alla possibilità di cambiare la sua vita e fare il lavoro dei suoi sogni nel suo amato Bowling, si scontra con la gravidanza della moglie in attesa del terzogenito. Homer è così costretto a tornare strisciando – letteralmente – , al suo alienante lavoro in centrale nucleare, dove il proprietario ha la bella idea di fissargli in ufficio una targa con su scritto Don’t forget: you’re here forever (ricordati: sei qui per sempre). Pur avendo relativamente accettato la cosa e sapendo di aver fatto la cosa giusta, Homer ovviamente non è felice. Gli basta però vedere la sua piccola Maggie, appena dopo il parto, per innamorarsene perdutamente, e capire cosa deve fare.
La targa viene man mano circondata e soprattutto parzialmente occupata dalle foto di Maggie da piccola, coprendo gran parte delle lettere della frase originale per formare un nuovo monito, quello che unisce Homer a milioni di lavoratori in Italia e in tutto il mondo: Do it for her (fallo per lei).



















