Eravamo tutti entusiasti quando anni fa la Libreria Berisio si salvò da quel tornado di librerie chiuse che c’era (e c’è tutt’oggi) a Napoli, reinventandosi winebar e mettendo sullo sfondo, ma sempre presente, la sua attività culturale. A 11 anni di distanza, però, sembra che quel faro di speranza si sia rivelato valvola perfetta per accelerare il processo di deflagrazione culturale, che questo paese subisce quotidianamente da parte di chi ha sfruttato quel nobile esempio per i suoi abietti fini. Siamo a Piazza Dante, uno dei punti nevralgici in cui si assesta lo spirito culturale di Napoli. È il 2023, e l’ennesima libreria è costretta a chiudere. Si tratta della libreria Tullio Pironti.
Una storia lunghissima quella di Tullio Pironti nel mondo dell’editoria e dei libri, che ha avuto il merito di aver portato in Italia racconti e romanzi di Don DeLillo e Bret Easton Ellis. La sua casa editrice pubblicò “Il Camorrista” di Joe Marrazzo su Raffaele Cutolo, poi diventato un film culto di Giuseppe Tornatore. Tullio ha combattuto fino alla fine per evitare la chiusura della libreria ma, a seguito della sua morte, il destino del locale era segnato. Chiude la libreria, una targa viene esposta a Piazza Dante in sua memoria.

Libreria Tullio Pironti: identità in cambiamento
Due anni dopo, vediamo sorgere nello stesso punto un nuovo locale, che ha il sapore di uno schiaffo inaccettabile per la memoria di quel luogo: l’Antica librOsteria, l’ennesimo ristorante/trattoria/pizzeria/bar con la funzione primaria di attrarre turisti. Non ci sta Antonio Pariante, presidente del Comitato Portosalvo, che parla così ai nostri microfoni: «L’aspetto specifico della vicenda di Pironti è emblematico. Lo schiaffo grande consiste nel fatto che adesso vediamo che il locale è stato riaperto, ma in tutt’altra maniera, con questa curiosa definizione di librosteria, che è una cosa un po’ difficile proprio da sopportare. È la conseguenza di un fenomeno non solo napoletano, ma direi nazionale, per quello che riguarda le trasformazioni delle città, e in particolare dei centri storici che hanno stravolto completamente l’identità del territorio».
La Napoli che descrive Pariante è una Napoli che sta perdendo lo scontro contro la società liquida: «Ha prevalso il fast food e il food&beverage, che oramai hanno letteralmente invaso tutti i decumani. Un territorio così prezioso è stato invaso dai negozi, tavolini, che impediscono letteralmente l’accesso ai beni culturali. Questo è un aspetto diciamo molto grave che ci auguriamo l’amministrazione Manfredi possa valutare, magari affrontare e risolvere. Certi slogan, come quelli coniati purtroppo dalla stessa amministrazione, come vieni a Napoli e poi mangia, descrivono in maniera purtroppo perfetta qual è la realtà dei fatti. Gran parte delle cose sotto il profilo culturale, ahinoi, sono oramai state letteralmente coperte o addirittura si sono perdute».
L’escamotage
E proprio all’amministrazione Manfredi ci siamo rivolti, precisamente al consigliere Gennaro Esposito, che ha parlato così dell’apertura dell’osteria: «Fatta la legge, scoperto l’inganno. È chiaro che questo escamotage è stato ideato perché c’era il blocco delle licenze, e quindi si sono inventati la librosteria». Il riferimento, portato alla luce anche dallo stesso Pariante, è alla delibera n.246/2023, ossia al blocco delle nuove licenze per food&beverage nel centro storico Unesco di Napoli, varato dal Comune proprio nell’estate del 2023 e che scadrà a luglio di quest’anno. Ciò nonostante, alcuni bar e ristoranti hanno potuto comunque aprire in questi anni, grazie ad una deroga per i locali che hanno come attività prevalente quella della esposizione di libri.
Sui rimedi, Esposito propone una soluzione apparentemente semplice: «Facciamo i controlli che si devono fare, perché ci sono dei principi che sono già vigenti, dettati peraltro ormai da una giurisprudenza che si è consolidata, lo dico da avvocato. Prima di dare una licenza, o un’occupazione solo pubblica, devi verificare quello che succede sotto le finestre delle persone. Devi fare in modo che sicuramente in una piazza tutto lo spazio non sia commercializzato». La soluzione è tanto semplice quanto lontana. Perché, se chi guida la città propone slogan come quelli enunciati da Pariante, non ha evidentemente interesse nel porre rimedio a questa tendenza. Il problema non è tecnico, è politico. La responsabilità delle istituzioni è tutta lì.
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