La creatività come antidoto – Un manuale di Rosaria Iazzetta

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In vendita dal 25 febbraio, ha avuto immediato successo, risultando bestseller in ben tre categorie di Amazon. «Sinceramente non mi aspettavo tutto questo successo – ci dice Rosaria Iazzetta, docente di scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli – ma credo abbia funzionato perché i tempi che stiamo vivendo non permettono di esprimerci come vogliamo. Stiamo rimandando la nostra espressività».

Professoressa Iazzetta, che cos’è la creatività?

«Io credo che sia una parte dell’organismo, come un muscolo, che se ben allenato può permettere di ottenere grandissimi risultati a tutti i livelli. Per troppo tempo si è pensato che i creativi fossero delle persone con caratteristiche particolari; invece è un bene comune, a disposizione di tutti. È la caratteristica che rende uniche le persone e ciò che ci fa fare la differenza. Per me è come una borsa degli attrezzi, sempre pronta lì all’occorrenza, ma se non la usiamo, i suoi ferri si arrugginiscono».

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Un antidoto, ma da cosa?

«Viviamo un’Italia che sottovaluta la creatività di alcuni rispetto ad altri; sembra che soltanto ad alcuni sia permesso raggiungere risultati straordinari, mentre c’è chi è destinato a fare una vita esente da creatività.
Per chi non ha potuto investire nella creatività –portatrice di successo– potrebbe essere un antidoto speciale contro fattori ambientali poco favorevoli. Quanto siamo vincolati all’ambiente sociale e culturale nel quale siamo immersi?
Quanto è difficile affidarsi a delle risorse interiori se non si ha mai avuto modo di accedervi? Capita che chi cresce in una periferia tosta abbia un desiderio di riscatto molto più forte di chi cresce in un ambiente più confortevole.
Il mio obiettivo è accendere quei cuori e portarli al successo. La mancanza di bellezza nelle periferie, si traduce in una necessità di sopravvivenza, che spesso sfocia nell’arte».

Casca a pennello questo estratto della prefazione scritta da Sigfried Gidieon de “Il linguaggio della visione” di Gyorgy Kepes, nel 1944: “Al pubblico e a coloro che la governano manca ancora l’educazione artistica, e cioè emozionale.
Il gusto del pubblico viene formato dalla pubblicità e dagli oggetti di uso quotidiano. Da questi può essere educato o corrotto. L’arte è indispensabile ad una vita completa, non può essere ritenuta un bene di lusso o qualcosa di lontanissimo dalla vita vera”. Sembra non sia cambiato nulla.

«Sono d’accordissimo, la politica ha creato grandi incoerenze. La bellezza non deve essere a disposizione solo di alcuni, ma di tutti. Ricordiamo che prima hanno iniziato a ridurre le ore di storia dell’arte e poi via via a strutturare le scuole in modo tale che gli alunni potessero sempre meno sviluppare una libertà creativa. Nell’Università, le ore di laboratorio sono sempre più teoriche e meno pratiche.
A causa di complesse leggi sulla sicurezza, ci troviamo a dover insegnare in strutture non adeguate ai nostri insegnamenti e nonostante ciò non vediamo mai adeguamenti formali dei nostri laboratori.
Quando non viene fatto un investimento in questo senso, la gente comincia a credere che la creatività non sia più un valore. E magari anziché scegliere di seguire una strada come quella dell’arte, iniziano una carriera da giurista; non per vocazione, ma per l’enorme divario dato dalla considerazione sociale».

Cosa l’ha spinta a scrivere questo manuale?

«Tre fattori sono stati determinanti. La volontà di essere una guida: quella guida che io non ho avuto la possibilità di incontrare durante la mia vita. L’esigenza territoriale: devo essere grata della grande complessità della realtà partenopea, nonostante vedo quanto sia difficile per un creativo delle arti visive affermarsi rispetto ad altre professionalità. Essere una docente ed un creativo: ho sempre pensato che il mio lavoro dovesse essere a disposizione degli altri».

Sembra di parlare con Bruno Munari…

«Munari è stato un grandissimo. La didattica era fondamentale per lui, che si chiedeva quanto potesse fare la differenza il potenziale creativo nel sistema scolastico.
L’Accademia delle Belle Arti di Napoli ha 3600 studenti. Se i musei e le istituzioni investissero su questo potenziale creativo, forse la Campania potrebbe essere salva dalla criminalità organizzata. Purtroppo in questo periodo di pandemia molti ragazzi hanno messo i loro sogni nel cassetto. Auspico che si torni alla normalità, perché si torni a credere nei sogni: quelli non ce li possono togliere!».

di Francesco Cimmino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216

APRILE 2021

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