L’8 e il 9 giugno si terrà il referendum abrogativo in materia di lavoro e cittadinanza. A pochi giorni di distanza dal voto, è impellente la necessità di tirare le somme di questa campagna referendaria, che a nostro avviso ha al meglio rappresentato la tipologia di società in cui viviamo ed il livello della politica e dell’informazione convenzionale nell’Italia del 2025: una campagna segnata da inutili divisioni, una copertura mediatica assente ed un astensionismo promosso dalle stesse autorità governative in contrasto con qualsiasi norma morale che dovrebbe guidare un paese democratico degno di definirsi tale. La probabilità che il quorum venga raggiunto è tanto improbabile da risultare quasi assente, a meno che nell’ultima settimana non vi sia una mobilitazione di tutte le forze politiche e di informazione per sensibilizzare sull’importanza del voto.
Referendum di giugno: una battaglia persa in partenza
Cinque i quesiti referendari proposti, quattro sul lavoro, promossi dalla CGIL, e uno sulla cittadinanza, promosso dal comitato Referendum Cittadinanza. L’errore fondamentale di questa campagna è stato incorporare due temi differenti nello stesso referendum senza che vi fosse la volontà da parte delle associazioni promotrici di dare vita ad una battaglia comune. Quesiti referendari di difficile comprensione ai non “addetti ai lavori”, simbolo di una politica che, pur decidendo di agire al di fuori dei palazzi del potere, non ha ancora compreso la necessità di adeguarsi ad un linguaggio meno aulico, meno ideologico e più chiaro per tutti.
Astensionismo istituzionalizzato
Se la campagna referendaria per il “Sì” si è rivelata un vero e proprio fallimento, non abbiamo i mezzi necessari per definire quella per il “No”, perché, in sostanza, non è esistita. La compagine politica costituita dai partiti di governo ha promosso apertamente l’astensionismo, dimenticando di star governando l’intera Nazione, che in questo caso si è espressa mediante più di un milione di firme a favore di una proposta, che avrebbe dovuto essere tutelata quantomeno nella forma anche da coloro che, ricoprendo una posizione di potere, avrebbero in ogni caso dovuto promuovere la partecipazione al referendum per dovere di coscienza, indipendentemente dal tipo di voto.
Ma al di là di ogni giudizio morale o politico, a contare realmente sono i dati ed i fatti, i quali bastonano nettamente informazione e servizio pubblico. Dal rapporto dell’AGCOM un numero è facilmente calcolabile: 0,412. È la percentuale del tempo medio utilizzato sulle maggiori emittenti nazionali per parlare del referendum abrogativo di giugno, spesso senza la presenza di un contraddittorio, calcolata lungo il periodo che va dal 9 aprile 2025 al 10 maggio 2025. Le percentuali di tempo utilizzato per ogni programma (due su tutti, 0,62 per i telegiornali RAI; 0,45 per quelli di Mediaset) è stata talmente bassa da rendere necessaria una nota da parte della stessa AGCOM per richiedere un’inversione di rotta in tal senso.
“E io pago”
Un ulteriore dato risulta essere preoccupante: a partire dal 1997, di nove referendum abrogativi arrivati alle urne, solo uno è riuscito a raggiungere il quorum (nel 2011, con 4 quesiti in materia di servizi pubblici locali, acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, tutti approvati con più del 90% di consensi) ponendoci davanti a due temi a nostro avviso fondamentali: lo sperpero di denaro pubblico e soprattutto il valore pressoché assente che la popolazione assegna da ormai quasi 30 anni allo strumento referendario. Ogni referendum costa allo Stato italiano circa 100 milioni di euro (cifra dibattuta, c’è chi fa riferimento addirittura a 300 o 400 milioni), che in caso di non raggiungimento del quorum rappresentano denaro pubblico letteralmente gettato al vento. Non andare a votare rientra nelle facoltà e nelle libertà del cittadino, ed indubbiamente rappresenta uno strumento di manifestazione lecita del dissenso; ben diversa invece è la situazione verificatasi in questo caso specifico: censura e astensionismo promossi senza alcun tipo di motivazione da parte delle autorità governative, nessun dibattito concesso dall’informazione, e soprattutto una sensibilizzazione divisiva ed imbranata da parte delle associazioni promotrici.



















