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Italo Marseglia è il designer dell’uncinetto in viaggio

Chiara Del Prete 05/05/2022
Updated 2022/05/05 at 3:03 PM
5 Minuti per la lettura

Il piacere della condivisione ha superato la barriera digitale trasformando la solidarietà in un progetto concreto. Italo Marseglia trascrive un business rimodulato in cui la maglieria made to order e la tutela dell’heritage Made in Italy si arricchiscono di significati nell’arte crochet tramandatagli dalla nonna. Dall’idea di upcycling il designer campano intreccia il filo comune che lo lega ai suoi follower e così, con uncinetto alla mano, conduce i filati donatigli lungo il viaggio che lo porterà ad attraverserà l’Italia intera.

The common Thread è un filo comune ancora attivo?

«Si, nata come una collezione è diventata un’iniziativa. L’idea di recuperare la manualità semplice è sorta durante il lockdown in cui ho iniziato a lavorare all’uncinetto. Ho fatto un appello a tutta la mia community digitale chiedendo loro i filati in disuso per utilizzarli. Da lì il filo comune ha generato la prima capsule collection: circa una decina di capi tra maglioni, abitini, reggiseni e così via. La lana continua ad arrivare per essere lavorata, ho scoperto una community meravigliosa che chiamo famiglia digitale».

L’uncinetto tour ti vedrà impegnato a girare per tutta Italia?

«I filati sono arrivati da tutta Italia e l’idea è di fare questo tour e incontrare le persone che li hanno donati, ci saranno tante tappe. Ora a causa d’impegni la maggior parte degli spostamenti sono stati su Roma e dintorni poi Vairano quindi Campania, Caserta e Milano per una parentesi veloce. Il progetto è quello di fare un gran giro in tutta Italia e riuscire ad incontrare quante più persone della community possibile».

L’arte del lavoro a maglia ti è stata tramandata, lo farai a tua volta?

«Voglio che questa cosa diventi una realtà e spero di riuscire a metter su dei workshop o dei corsi in cui si possa partecipare e riuscire a fare crochet tutti insieme. Mi piacerebbe anche riuscire ad avere una country house in cui ospitare poche persone in un contesto curato per far vivere un’esperienza a 360°, cucinare insieme, mangiare allo stesso tavolo e svolgere il workshop a tema uncinetto».

Com’è essere un giovane designer oggi?

«È molto difficile dar voce al proprio creare, veniamo da un periodo che ci ha piegati e ci ha fatto capire quanto facilmente si possa rinunciare all’abbigliamento. S’incontra una resistenza economica, siamo tutti più poveri e l’unica cosa su cui ho scoperto poter fare leva è la creatività. Da designer, credo, ho la possibilità di rivalutare la creatività, essere concentrato sui contenuti e realizzare prodotti di vera qualità con tempistiche diverse».

Lavori con IED e la Soprintendenza per i Beni Culturali. Come cambia il tuo lavoro nel ruolo di consulente creativo?

«Cambia a seconda delle realtà con cui mi trovo ad avere a che fare. Ho la necessità di modulare la mia presenza, gestire le necessità di diversi progetti e diversi interlocutori. Cambia quindi il tipo di prodotto o servizio che vado a progettare ma non il mio approccio creativo. Quand’è possibile conservo un po’ di leggerezza in questo tipo di progettazioni».

Perché sposi la filosofia del bello, ben fatto, duraturo e con attenzione alla sostenibilità?

«Ho sempre sostenuto il bello e ben fatto come un valore del Made in Italy ed ho cercato di ammodernarlo. L’hashtag giocoso #madeinItalo è nato per questo, made in Italy perdeva una y e si arricchiva della o di Italo. Conservo i valori della sartorialità, gli standard alti uniti ai miei valori personali quali la sostenibilità e il rispetto dei lavoratori coinvolti nella filiera. Allungare il ciclo di vita degli indumenti poi è un obiettivo che noi designer dobbiamo darci per cambiare le cose».

Come ritieni si stia muovendo il settore moda verso la sostenibilità?

«Sto assistendo da insider al cambiamento. Quando in fiera cercavamo tessuti sostenibili c’erano pochissimi fornitori, oggi tutti ne hanno. C’è una maggior voglia di abbracciare la causa e rispondere alle necessità dettate dall’Onu e dagli stati stessi. Che si vada verso una sostenibilità reale, che sia greenwashing, che sia solo un’adesione formale, l’importante è che ci sia fronte unito nel sensibilizzare. Qualcosa cambierà per forza, non si può inquinare all’infinito».

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