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INTERVISTA. Giuseppe Borrelli, Procuratore di Salerno: “Il disagio giovanile non si combatte con la repressione”

Stefano Errichelli 09/12/2024
Updated 2024/12/09 at 12:01 AM
9 Minuti per la lettura

Da settimane le prime pagine dei giornali ci raccontano di ripetuti atti violenti a sfondo criminale commessi dai giovani. La situazione pare aver assunto tutti i tratti di una vera emergenza e la nuova generazione sembra essere stata inghiottita da un vortice nel quale mancano alcuni punti fondamentali, come la formazione. Se da un lato il dibattito pubblico cerca di “domare” la vicenda, la società civile preme per ottenere risposte dalle istituzioni. Giuseppe Borrelli, Procuratore Capo di Salerno, ci ha fornito ottimi spunti per analizzare la questione, parlando di responsabilità e colpe. Al centro dell’intervista anche la trasformazione della criminalità organizzata e la permeabilità alla corruzione da parte degli amministratori pubblici.  

Giovani, molto spesso minorenni, e violenza. Siamo alle prese con una vera emergenza? 

«Si, quello che sta accadendo testimonia il fallimento di un approccio meramente repressivo al problema del disagio giovanile. Sotto certi profili l’eccessivo lassismo nei confronti della criminalità giovanile non è condivisibile, però l’approccio non può essere meramente repressivo, perché il disagio giovanile trova le sue ragioni nella crisi di istituzioni come scuola e famiglia. Poi ci sono le condizioni sociali: in Italia tendenzialmente chi nasce in una certa tipologia di ambiente ne farà parte per il resto della vita. Se non si interviene su questi temi è impossibile rivolvere il problema e questa è una cosa negativa, perché a mio parere il sud vive una straordinaria occasione. Le intelligenze presenti qui, oltre alle bellezze dateci da madre natura, costituiscono per la Campania potenzialità di sviluppo e un’occasione che non può essere persa. Le istituzioni devono essere presenti. Gli episodi di cronaca gettano sulle nostre città un’ombra pesante. C’è da dire però che la Magistratura ha poca possibilità di agire in questo senso, in quanto il suo compito è quello di intervenire solo in una chiave repressiva». 

Si è verificato un maggiore reclutamento di minorenni da parte delle organizzazioni criminali, proprio in virtù della loro possibilità di sfuggire alla repressione giudiziaria. Cosa pensa? 

«Purtroppo continua ad accadere. È necessario ripristinare le coscienze di questi ragazzi, facendogli comprendere che esiste un rapporto tra le azioni compiute e le conseguenze che ne possono derivare. Non è concepibile che un minore possa sfuggire completamente dalle sue azioni, soprattutto quando si tratta di minori di età avanzata. Ribadisco però che l’approccio non può essere solo repressivo. Questi giovani si rendono disponibili alla camorra anche perché nessuno gli illustra la camorra in una chiave negativa. Oggi la criminalità organizzata è ignorata in tutti i dibattiti della società civile. Se non si verifica un intervento sul piano educativo, non possiamo pretendere che questi ragazzi sviluppino dei valori che siano antagonisti al male». 

Spostiamoci a Salerno. Qual è la realtà odierna delle organizzazioni criminali autoctone? 

«Salerno vive una situazione particolare. La camorra è dislocata in varie parti del territorio della provincia ed è assente dalla città di Salerno in termini mafiosi. Tuttavia, qui c’è una vecchia generazione mafiosa che opera in attività come estorsioni e traffico di droga, principalmente con il controllo delle piazze di spaccio. I capitali delle attività illecite vengono poi reinvestiti in azioni imprenditoriali, come ad esempio nel settore della raccolta rifiuti. Credo che questa novità abbia alterato i rapporti tra le organizzazioni mafiose e la pubblica amministrazione: l’infiltrazione delle mafie per il controllo di un’amministrazione risulta secondaria, in quanto quest’ultima opera in sistemi macroeconomici più grandi a cui si aggancia proprio la criminalità organizzata. Le movimentazioni di capitali assicurate dalle organizzazioni criminali sono in grado di modificare i processi pubblici e democratici attraverso la forza economica prodotta. Credo ci sia bisogno di nuovi approcci per fronteggiare queste organizzazioni, con un occhio ai processi economici».  

In una passata intervista affermò che il porto di Salerno è uno snodo centrale per il traffico di droga dal Sudamerica. Quali aggiornamenti ci sono? 

«Il porto di Salerno rappresenta un punto in cui la droga viene ripartita ai committenti, che vengono dalla Calabria e dal napoletano. Il vero problema è costituito dall’assenza di apparecchiature di controllo sui container. Su questo punto l’Agenzia delle dogane mi ha assicurato che uno scanner di ultima generazione sarà installato nei primi mesi del 2025. Da specifiche attività investigative, posso dire che il porto di Salerno viene utilizzato come “porto sicuro” grazie al quale la droga passa attraverso i container senza essere controllata». 

Si parla di mafie che manovrano economia e mercati. In Italia si riescono ad utilizzare strumenti innovativi per reprimere questi fenomeni? 

«Agli inizi degli anni Duemila la magistratura italiana era vista come un modello a cui rifarsi sul contrasto alla criminalità. Oggi non credo sia più così. Dal punto di vista tecnologico siamo stati superati da numerosi paesi; inoltre, vengono introdotte progressivamente riforme che appesantiscono l’acquisizione di elementi di prova al contrasto delle mafie. Mi rendo conto che occorre coniugare le esigenze di raccolta di prove con quelle dei diritti individuali e delle libertà, come il diritto alla riservatezza. Tutto sta nel trovare la giusta sintesi nella fattispecie dei reati, e non sempre questa sintesi viene trovata. Ad esempio, recentemente è stato modificato l’articolo 103 del Codice di Procedura Penale, il quale prevede che il pubblico ministero debba interrompere l’attività di intercettazione nel momento in cui ascolta un avvocato che discute del mandato difensivo con il suo assistito, cosa che personalmente condivido. Il primo problema corrisponde al fatto che le intercettazioni non vengono quasi mai ascoltate in tempi contestuali alla loro registrazione perché non si ha personale sufficiente. Il secondo è che gli apparti tecnici a disposizione delle procure e della polizia giudiziaria non consentono l’interruzione della registrazione. Il legislatore, pertanto, richiede un’operazione che è tecnicamente impossibile, un’operazione la cui impossibilità è una garanzia per l’imputato. Poiché non si può procedere ad interrompere le intercettazioni e queste ultime non vengono ascoltate mentre le conversazioni avvengono, cosa accadrebbe se fossimo in presenza di intercettazioni che non andrebbero ascoltate ma che potrebbero costituire elementi importanti ai fini investigativi o addirittura rappresentare esse stesse il corpo del reato? Su questo punto il legislatore non pone una risposta. Ciò che indebolisce il contrasto alla criminalità organizzata non sono le garanzie che vengono date all’indagato, ma l’incertezza interpretativa». 

Secondo lei, c’è una maggiore permeabilità da parte della classe dirigente politica al fenomeno della corruzione? 

«Credo sia necessario un nuovo intervento sui reati di pubblica amministrazione, perché l’abrogazione dell’abuso d’ufficio ha lasciato scoperto un settore vasto per il quale si corre il rischio di creare nei pubblici amministratori non solo una coscienza d’impunità, ma addirittura l’idea che, maggiore sia il reato, minore sarà poi la possibilità di incorrere in sanzioni. Per effetto dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, in alcuni casi ove ci fosse un caso di affidamento diretto di lavori pubblici, con il superamento della somma di denaro entro il quale esso è consentito, gli amministratori potrebbero evitare di procedere alla pubblicazione di una gara, senza essere perseguiti da nessuna legge». 

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