Il Medio Oriente è zona controversa, conflittuale ed estremamente delicata. L’ultimo biennio ce lo ha reso più esplicito di quanto non fosse già prima. Una proxy-war pressoché perenne in cui, sulla pelle di milioni di civili, si decidono gli equilibri del sistema internazionale. È evidente che guardare all’altra sponda del Mediterraneo con la semplice coda dell’occhio è un atteggiamento poco lungimirante e tremendamente superficiale. A tal proposito, la visita in terra partenopea di Marco Carnelos, che ha all’attivo 25 anni di carriera diplomatica specializzata soprattutto nella regione mediorientale, è stata un’occasione che Informare non si è lasciata scappare. Carnelos è stato ambasciatore in Iraq e due volte inviato speciale, una in Siria e una per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. È stato ospite ad un convegno nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli e dall’intervista, avvenuta appena prima il convegno, ne è nata una lunga chiacchierata su molte fattispecie che riguardano la complessa regione del Medio Oriente.
Partiamo dal conflitto israelo-palestinese: quali sono i punti critici (se ce ne sono) di questo accordo di pace?
«Direi che il primo punto critico è che non è un accordo di pace, è un cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che ha le fragilità di tutti i cessate il fuoco in una situazione di guerra o di conflitto, come quelle che vediamo in Medio Oriente, in cui c’è una specie di nozione nella prassi che i cessate il fuoco impegnano solo i palestinesi ma non gli israeliani. Molto spesso gli israeliani si riservano il diritto, in base alle loro esigenze, di violarlo, di ricorrere all’utilizzo della forza, anche perché è evidente, è noto, che almeno diverse centinaia di palestinesi sono stati uccisi dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco. Quindi è un cessate il fuoco fragile, in cui Israele prevede di ripiegare mantenendo il controllo di circa la metà di Gaza.
È ancora in corso la definizione, perché esistono ancora un numero imprecisato, almeno a me, di cadaveri israeliani da restituire, che quelli di Hamas o chi ce li ha fa fatica a rinvenire, perché Gaza è stata completamente bombardata ovunque, quindi tutta una serie di bunker o di gallerie, tunnel dove alcuni ostaggi erano tenuti vivi o morti che erano o morti sotto i bombardamenti e non si sa più dove siano, perché il territorio è stato completamente stravolto dai bombardamenti, dalle macerie. E non è un accordo di pace, perché è troppo vago per essere un accordo di pace. Trump ha elencato una ventina di punti, ha previsto il dispiegamento di una forza multinazionale, perché al momento non è chiaro quali paesi contribuiranno alle truppe, non è chiaro qual è il mandato di queste truppe, se ci sarà, come spero, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che definirà il mandato, cioè le regole d’ingaggio.
Che cosa fa questa forza? È una forza di peacekeeping, quindi mantiene soltanto la pace e quindi è chiamata ad osservare eventuali violazioni della tregua senza intervenire? O è una forza di peace-enforcement e laddove non c’è pace interviene e impone a una delle due parti di smettere di fare qualcosa che contravviene agli accordi. Ora, io che una forza internazionale a Gaza intervenga, putacaso, per reprimere una violazione israeliana, francamente non ce la vedo, sulla base delle esperienze. 20 punti messi lì dal Presidente Trump e dai suoi consiglieri che sono talmente vaghi che delineano un possibile percorso verso un accordo di pace che consenta a uno Stato palestinese di nascere.
Non dice né quali caratteristiche avrà questo Stato, né su quali territori questo Stato dovrebbe nascere. L’unica cosa positiva è che per il momento il livello di violenza si è sensibilmente ridotto e questo di per sé già è un elemento positivo. Stanno rientrando gli aiuti, non sappiamo ancora se in termini sufficienti alle necessità della popolazione. Ma oltre questo io non mi avventurerei proprio in ragione della vaghezza delle clausole di questi 20 punti».
Un anno dopo la caduta di Assad, la Siria è ancora in una fase di piena transizione, con una crisi umanitaria ancora calda e tantissimi gruppi di potere interessati a quel territorio. La domanda da 1 milione di dollari è: qual è lo scenario futuro più probabile?
«La Siria al momento è balcanizzata, ci sono diverse aree di influenza. Una è chiaramente quella del presidente a Damasco e dintorni arrivando fino a Aleppo, poi c’è una zona a sud ridosso del Golan che in realtà è controllata da Israele; poi ci sono delle zone sotto controllo americano, la zona di Al-Tanf, ci sono zone sotto il controllo curdo; e poi ci sono delle sacche, delle enclave ancora dell’Isis qua e là sparse. Quindi ci rendiamo subito conto che ci sono una serie di agende regionali in conflitto perché abbiamo la Turchia che ha posto un’ipoteca molto forte come forse il principale sostenitore del Presidente Al-Shara che io continuo a chiamare Muḥammad al-Jawlānī quando era il capo di Al-Qaeda in Siria, c’è questa Israele che si è ritagliata la sua area di sicurezza strategica e le altre entità che rispondono a diversi orientamenti.
Il consolidamento richiederà molto tempo perché il paese ha avuto una guerra civile stratosferica, le distruzioni sono state ampie, la diffidenza tra i vari gruppi è forte, abbiamo un’enclave alauita che non sappiamo se abbia mantenuto quel minimo di autonomia che desiderava essendo stata l’etnia di riferimento del deposto presidente. È veramente difficile fare una previsione perché ci sono troppe agende in conflitto nel paese: ci sono alcuni interessi arabi forti legati alla ricostruzione, ci sono forti interessi turchi legati alla ricostruzione, ci sono forti interessi israeliani tesi a isolare completamente il Libano e soprattutto Hezbollah in Libano in modo che non arrivino rifornimenti dalla Siria, c’è un interesse americano a fare in modo che i curdi siriani non facciano le spese di questa ricompattazione, ci sono turchi da una parte che hanno un confronto pluriennale con i curdi e altre entità siriane.
È un mosaico che secondo me si protrarrà nel tempo, nonostante al presidente Al-Shara, ex capo di al-Qaeda in Siria, sono state aperte tutte le porte, quelle dello studio ovale e delle altre cancellerie, a conferma del fatto che questa sbandierata volontà di combattere il terrorismo lascia poi immediatamente spazio a dei compromessi, perché credo che il numero di siriani uccisi da al-Shara e dalla sua formazione terroristica nei tempi andati è stato probabilmente pari a quelli uccisi dal regime di Assad. E nel volgere di poche settimane questo uomo è divenuto da un terrorista ricercato dagli Stati Uniti e da tanti altri paesi a legittimo presidente, legittimo poi in base a che cosa? Alla forza delle armi, perché naturalmente la situazione in Siria non ha ancora consentito, ed è perfettamente comprensibile, di poter tenere delle elezioni per capire effettivamente cosa vogliono i siriani, per non parlare del fatto che il tessuto sociale della Siria è completamente stravolto sia dall’enorme numero di sfollati interni, parliamo di milioni di persone, o dall’enorme numero di profughi che hanno trovato rifugio, chi in Libano, chi in Turchia, chi in Giordania e quindi anche l’organizzazione di elezioni credibili va incontro a delle enormi difficoltà».
Abbiamo imparato qualcosa dall’Iraq? Da quando l’occidente si è reso reo di una delle più grandi fake news della storia, qualcosa è cambiato? O la regola del “fine che giustifica i mezzi” regna ancora?
«Io tenderei a dire di no, non abbiamo imparato nulla, per certi versi il conflitto ucraino ce lo dimostra perché il numero di fake news che è circolato da ambo le parti nel conflitto ucraino è enorme, come nel conflitto a Gaza e nel confronto israelo-iraniano e potrei continuare. C’è una tendenza al doppio standard che è abbastanza radicata in tutta una serie di manifestazioni politiche occidentali è un po’ quella che è chiamata dal filosofo Carl Schmitt dello “stato d’eccezione”, il paradosso per cui per difendere la democrazia io sono pronto a violare le norme della democrazia. Io non dimenticherò mai un episodio quando c’era la guerra in Iraq, io ero a New York e avevo il dossier Iraq alla missione italiana delle Nazioni Unite e avevo contatti regolari con dei colleghi americani.
Quando dopo qualche mese la fine delle ostilità nel maggio del 2003 e dopo settimane e settimane di ricerca delle armi di distruzione di massa queste non saltavano fuori, io un bel giorno, animato anche da preoccupazione per il fatto che il governo italiano aveva dato in qualche modo un’adesione non concreta ma se non altra politica al conflitto e si ritrovavano in una situazione imbarazzante non trovando queste armi, io dissi a un collega americano: “Ma scusate, cercate di rimuovere questo imbarazzo”, un po’ scherzando un po’ serio, “seppellite un po’ di armi di distruzione di massa da qualche parte e poi fate finta di ritrovarli” e fui scioccato dalla reazione scioccata del collega americano che mi disse: “Ma noi queste cose non le facciamo”, al che mi è resi conto che alla fine gli americani avevano creduto alla loro stessa propaganda e se tu credi alla tua stessa propaganda hai il rischio di fare dei danni enormi, soprattutto adesso. Quindi non abbiamo imparato nulla, anzi, forse è ancora peggio di quando c’era la guerra in Iraq».
E allora come si crea un sistema internazionale scevro da queste corruzioni?
«Si crea partendo dalla regola base che gli stati sono tutti uguali a prescindere dall’ordinamento giuridico politico che li governa. Il sistema delle Nazioni Unite è stato creato in questo modo, non è che hanno fatto il test del DNA democratico a chi è diventato membro delle Nazioni Unite. Che poi tutta la maggior parte dei paesi debba auspicabilmente convergere verso forme di democrazia in cui il potere del popolo rispettato e quantomeno testato con le libere elezioni va da sé, anche se poi se si va a parlare in Oriente ci sono diversi concetti di democrazia.
Seconda regola: le regole del diritto internazionale valgono per tutti. Oggi avrete notato che non parlano più di rispetto del diritto internazionale, soltanto il sud globale ne parla. I paesi occidentali parlano di ordine mondiale basato sulle regole, che è un modo molto subdolo di dire che il diritto internazionale è in realtà l’interpretazione occidentale di esso, secondo gli interessi dei paesi occidentali. Ma non può funzionare perché o le regole valgono per tutti o altrimenti non valgono per nessuno. Ecco perché un gran numero di paesi, forse la stragrande maggioranza dei paesi del mondo a questa finzione occidentale dell’ordine mondiale basato sulle regole non ci crede più e si sta in qualche modo affrancando sia da questo ordine ma anche dall’ordine economico internazionale, che è basato sul primato del dollaro, sul fondo monetario internazionale e sulla banca mondiale, creando formati e gruppi alternativi a quelli dei solidi noti che ruotano intorno alla triade NATO, Unione Europea, G7».
Qual è la via diplomatica per risolvere l’eterogeneità così conflittuale del medio-oriente, che lo rende una polveriera sempre pronta ad esplodere?
«Il primo requisito, secondo me, è quello di trovare finalmente una soluzione decente al problema palestinese. Che piaccia o meno, nel sud del mondo, nel mondo arabo e nella regione è considerato il principale elemento di ingiustizia e oppressione che viene percepito nella regione. Ben inteso, ci sono altre ingiustizie e altre oppressioni nella regione, pensiamo un attimo alla situazione dei curdi tra Turchia, Iraq, Siria e Iran; c’è la situazione degli huthi nello Yemen; ci sono la situazione di tutta una serie di minoranze in Iraq, in Iran di ingiustizie e oppressioni ce ne sono tante. Però per ragioni storiche legate un po’ all’esperienza della decolonizzazione, un po’ all’esperienza dell’Occidente e del suo declino che vediamo, la questione israelo-palestinese è quella che ha di fatto assunto un ruolo primario e diviene un po’ la cartina al tornasole per vedere se poi la regione può essere pacificata. Risolvere in modo equo, sostenibile e giusto il conflitto israelo-palestinese è sicuramente un prerequisito fondamentale per la pace della regione, non è l’unico ma è certamente il più importante e quello dal quale non si può prescindere».



















