Il 19 marzo un lungo e colorato corteo in memoria di Don Peppe Diana ha attraversato Casal Di Principe (CE).

Un omicidio sacrilego: Don Peppino è stato ucciso dalla Camorra nella chiesa di San Nicola di Bari, poco prima della celebrazione della messa, nel giorno di San Giuseppe di 25 anni fa.

«Un fatto senza precedenti: tocca la Chiesa, i cittadini, la libertà» commenta il magistrato Cafiero De Raho. Da allora, nella stessa giornata, la città continua a riempirsi di bambini, ragazzi, insegnanti e cittadini.

Un coro costituito soprattutto dai più piccoli, della scuola dell’infanzia, che a gran voce ripetevano: «Don Peppino è tra noi», «Basta camorra, non la facciamo esistere più!»

Un segnale anche da parte del mondo istituzionale.

Scrive il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Renato Natale (Sindaco di Casal di Principe dal 2014, ndr):

«Il ricordo di don Peppino e di tutte le vittime innocenti che hanno sofferto o perso la vita per mano della criminalità organizzata costituisce una preziosa occasione per proseguire l’impegno di diffondere la cultura della legalità e del rispetto delle regole, specie tra le generazioni più giovani».

Alla fine del corteo e uniti dal comune «Per amore non taceremo», sono intervenuti il Prefetto di Caserta, Raffaele Rubento; Don Ciotti; Augusto di Meo; il magistrato Cafiero De Raho; il vescovo di Aversa Mons. Angelo Spinillo.

«I giovani e la camorra sono i protagonisti di ieri ma i giovani, le associazioni, le cooperative sono i protagonisti di oggi» dice Don Ciotti «Sono 163 anni che parliamo di mafie in Italia e noi siamo ancora qui, a far emergere le cose belle».

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Casal di Principe rispetto a 25 anni fa è sicuramente cambiata:

«Oggi possiamo dire di non aver più bisogno di eroi, la svolta c’è stata» afferma il Prefetto di Caserta. «Gran parte dei vertici dei clan operanti sul territorio sono stati assicurati alla Giustizia. Don Peppe non si è sacrificato invano».

Ma non basta, non ancora. Ricordare Don Peppe significa fare della legalità un impegno costante.

«Se misuriamo la libertà con il metro della dignità, risulta che essa non è ancora un bene comune nel nostro Paese» continua Don Ciotti. Un’Italia che dall’ultimo rapporto del Censis viene descritta come disgregata, impaurita e impoverita.

«Don Diana ci avrebbe detto di metterci nei panni di chi fa più fatica. Dobbiamo ricordarci che l’immigrato non è un nemico, ma una vittima. I veri nemici nel nostro Paese si chiamano mafia, camorra, corruzione, disoccupazione e ignoranza. Un giorno chi favorisce quest’emorragia di memoria e di umanità, sarà chiamato a rispondere».

di Alessia Giocondo
Foto di Giancarlo Palmese

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°192 – APRILE 2019

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