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In Italia possedere un conto corrente è ancora un diritto di genere maschile

Cristina Siciliano 02/11/2022
Updated 2022/11/02 at 12:15 AM
6 Minuti per la lettura

Equità retributiva e parità salariale sono traguardi essenziali e all’ordine del giorno nell’agenda delle istituzioni europee. L’accesso delle donne al sistema bancario, l’autogestione piena del proprio reddito e l’indipendenza economica sono un irrinunciabile fattore di autodeterminazione. Eppure, in Italia oltre una donna su tre non possiede un proprio conto corrente.

Si tratta di una vera emergenza che ha un impatto importante sulla vita di ancora tante donne. Dalla ricerca Episteme del 2017, ripresa dal CNEL nel 2019, emerge che in Italia tre donne su dieci non sono titolari di controcorrente.  È in aumento una diffusa e forte dipendenza economica delle donne dagli uomini che è spesso uno dei motivi che portano ad accettare abusi fisici.

Inoltre, le donne continuano ad occuparsi da sole della cura della famiglia e della casa (quasi 9 su 10 cucinano e fanno la spesa e oltre 8 su 10 i mestieri di casa). Tale fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti al Sud, dove dipende dall’uomo di casa quasi il 50% delle donne. Ma i tempi mutano ed esse hanno bisogno anche di altri impegni. Avere accesso al lavoro e soprattutto, avere capacità di produrre reddito e disporne pienamente sono diritti ineluttabili.

Inclusione finanziaria

Il problema dell’inclusione finanziaria in generale è stato al centro dell’attività di ricerca e informazione di EFIN (European Financial Inclusion Network), nato nel 2009, una rete di stakeholders con la missione di monitorare l’esclusione finanziaria in Europa. Nel 2020 si è costituita Finance Watch Italia, di cui Fisac Cgil è tra i fondatori.

Negli anni le legislazioni nazionali e quella europea hanno fatto grandi progressi per garantire parità di accesso agli strumenti bancari, costituendo una base di diritto avanzata. Ma, lo stato di fatto non si è adeguato alla stessa velocità.

Uno degli ostacoli principali è la diffusione dell’economia informale e sommersa. Lavoro nero e irregolare, pagamenti non tracciabili in contante, in assegni bancari di importi ridotti da cambiare immediatamente in contante.

Il Covid19, con le sue conseguenze devastanti sull’economia, ha ridotto in situazione di grave disagio e povertà larghe fasce di popolazione fragile, che trovavano il proprio sostenimento per necessità in attività informali, invisibili al fisco ed alla previdenza, pertanto non candidabili ad alcun tipo di ristoro. Non si parla qui di malavita o evasione fiscale volontaria, ma di lavoro sfruttato. E purtroppo, le donne sono rappresentate in questo segmento.

Il lavoro nero o occasionale non consente di accedere al credito. In assenza di un conto corrente, di uno storico bancario o creditizio, risulta oggi impossibile poter accedere anche a un minimo finanziamento per l’acquisto di un elettrodomestico, di un motorino o di un’automobile.

Molte donne non hanno e non hanno mai avuto un conto corrente personale, ma soltanto un conto cointestato con il marito, il compagno o i figli. Naturalmente, non si intende negare la libertà di avere un conto in comune per la gestione delle spese familiari, o di risorse comuni, ma avere un conto su cui si percepisce il reddito, con il suo corredo di strumenti di pagamento e risparmio.

È una situazione che richiede interventi seri. Se l’eliminazione del gender pay gap e la parità di accesso al mondo del lavoro sono il problema, è tuttavia utile riflettere su quali iniziative si possano mettere in atto, anche in tempi brevi, per migliorare l’accesso femminile ai conti correnti e ai mezzi di pagamento personali.

In Italia è difficile avere un conto corrente per le donne: spesso la conseguenza è violenza economica

Secondo uno studio Istat, circa 15.837 donne si sono rivolte a un centro antiviolenza nel 2020, iniziando un percorso per poter uscire da una situazione in cui subivano violenze di vario tipo, principalmente psicologica (89,3%), fisica (66,9%), minacce (49,0%), violenza sessuale (21,7%, di cui stupro 9,0%). Lo studio però riporta anche un altro tipo di violenza, quella economica (37,8%) di cui poco si parla.

La violenza economica racchiude una serie di atteggiamenti di controllo e monitoraggio nei confronti di una persona, limitandone la libertà sotto la costante minaccia di vedersi negate le risorse finanziarie, la possibilità di avere un lavoro, un’entrata finanziaria personale e di poterne usufruire secondo la propria volontà. Di conseguenza si instaura un rapporto di dipendenza nociva che costringe le vittime a non poter interrompere questo tipo di relazione non avendo gli strumenti indispensabili (denaro, indipendenza e forza psicologica) per farlo ed essere autonome.

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