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Questa è la volta del critico d’arte castiglionese Andrea Baffoni, studioso d’arte contemporanea ed esperto di futurismo, dal 2004 è membro del Comitato Scientifico dell’Archivio Gerardo Dottori di Perugia. Importante curatore di mostre, è anche pubblicista e redattore della rivista “Contemporart”. Ha pubblicato numerosi saggi e articoli sul futurismo e sulle avanguardie del secondo Novecento. La sua ultima opera è “Dannati Romantici” (Ed. Fabrizio Fabbri), un libro che spazia da Gericault a Ligabue, vite in bilico tra genio, sregolatezza e follia. Géricault, Van Gogh, Pellizza da Volpedo, De Staël, Modigliani, Rothko, Ligabue: sette artisti e sette vite al limite, in perenne battaglia col proprio demone: vissero “romantici” e divennero leggende. Un viaggio straordinario da non perdere.

Come nasce il suo libro? E la scelta della copertina?

Il progetto era quello di raccontare le storie di artisti che hanno vissuto fino in fondo la loro esperienza sfidando le difficoltà sociali, la povertà e l’incomprensione generale. La copertina riprende il particolare centrale di un’opera dell’artista Caterina Silenzi, con cui in precedenza avevo collaborato. Lei è stata favorevole e così è nata questa copertina così intensa dove il protagonista è un cuore ricoperto di fili rossi di lana che esprime il forte carattere delle vite descritte all’interno.

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Qual è la logica che l’ha spinta a scegliere proprio questi sette artisti?

Ho seguito uno sviluppo che porta dall’inizio dell’Ottocento fino a quasi i tempi d’oggi scegliendo artisti che esprimono certe caratteristiche corrispondenti ad altrettante tipologie di creativi per dare un ventaglio il più ampio possibile.

Perché romantici, di fatto c’è solo T. Géricault, pittore realista

Géricault è stato, non a caso, il primo romantico, quello che incarna l’essere stesso del romanticismo, un periodo storico iniziato dopo la fine dell’Impero napoleonico, dove la parte sentimentale dell’ispirazione andava sostituendo quella razionale. Ma al tempo stesso Géricault ha incarnato su se stesso quegli stessi caratteri di genio e sregolatezza, quindi anche il libro doveva necessariamente partire con lui. Poi ci sono i romantici d’elezione, appunto, quegli artisti che si lasciano guidare dall’istinto e dall’irrazionalità fino alle più estreme conseguenze.

La lotta con il “demone”, comune denominatore nelle vite di questi sette artisti. Quanti e quali tipi di demoni attraversano la vita di questi uomini?

Il demone è appunto una metafora di questa spinta interiore talvolta irrefrenabile. Quindi si passa dal demone del bohémien ribelle, come Géricault e Modigliani, a quello del folle squinternato come Van Gogh e Ligabue, per arrivare, poi, al demone introspettivo e sfuggente di De Staël e Rothko, fino al crepuscolare e malinconico di Pellizza da Volpedo.

Uno stile narrativo fluido, quello che ha usato, non accademico e questo rende il suo libro uno strumento divulgativo, accessibile. Una scelta commerciale o una necessità comunicativa?

Una necessità comunicativa. Volevo proporre un libro di storia dell’arte che potesse attrarre anche chi non avrebbe mai pensato di aprire un libro di storia dell’arte. Uscire dal linguaggio accademico e riferirmi a tutti. In particolare i ragazzi.

Le immagini sono bellissime, la zattera di Géricault rappresenta un concetto di arte vita, l’artista sprofonda nella sua opera e ci trascina con sé. Cosa mancava a quel giovane artista per essere un ragazzo di successo?

Artisticamente non mancava niente. Aveva il talento e le possibilità sociali. Ma gli era negata la donna che amava e quel tormento lo portò infine alle scelte che ne determinarono, da un lato, la realizzazione di un capolavoro immortale come la Zattera e non solo, ma dall’altro lo deteriorarono come uomo portandolo, infine, ad una tragica morte prematura.

Sette artisti maschi…. L’ultimo capitolo dedicato alle donne e al ruolo che hanno avuto nelle vite degli artisti.

Sì, perché oltre a Géricault la presenza femminile ha determinato quella spinta necessaria per esprimere la propria creatività. La lotta amorosa è stata, di fatto, la scintilla che ha predisposto il terreno per la realizzazione dei grandi capolavori di questi artisti.

Oggi tra pandemia e guerre, crede che l’arte possa essere un veicolo di pace, unione e solidarietà per i popoli?

Certo. Il vero problema è che la società moderna ha uno sguardo a breve raggio. Non si rende conto che la vera ancora di salvezza è ripristinare il senso della bellezza. Ma questo va fatto a partire dalla scuola, o meglio, prima ancora dalle famiglie, ma dato che nessun governo può influire concretamente nella vita privata del cittadino ecco che la scuola diventa il primo presidio. Non solo per noi, ma anche per paesi in via di sviluppo, perché un individuo che comprende la bellezza di un paesaggio, ad esempio, sarà più incline a difenderlo, e questo vale anche per i rapporti umani. Ogni tipo d’arte insegna il bello nella sua forma più nobile e porta l’essere umano a rispettare ciò che lo circonda. Viceversa, accade ciò che vediamo oggi.

 

 

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