Il catcalling è reato? Nel silenzio del legislatore nessuna tutela per le vittime

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Una donna che passeggia, un uomo che la guarda dalla testa ai piedi e le rivolge un fischio come segno di gradimento: un cliché che va sotto il nome di “catcalling”. Il termine comprende, in verità, qualsiasi apprezzamento molesto, a tratti volgare, rivolto ad una persona sconosciuta, per strada, con lo scopo precipuo di attirarne l’attenzione. Il fenomeno, all’apparenza innocente, è, in realtà, particolarmente insidioso. In prima istanza, può rivelarsi il riflesso del sentimento discriminatorio radicato in particolari contesti sociali, soprattutto quando condito con richiami all’etnia, alla religione, alla disabilità, all’orientamento sessuale del destinatario della molestia.

In alcuni ordinamenti, il catcalling è stato oggetto di puntuale intervento normativo. In Francia, ad esempio, già nel 2018 la “legge Schiappa” ha introdotto nel Codice penale la nozione di outrage sexiste, sanzionando tale condotta con una pena pecuniaria. Volgendo lo sguardo al di fuori del contesto europeo, può citarsi la normativa adottata dalle Filippine che va sotto il nome di “Safe Spaces Act” e che sanziona gli atti di catcalling con la pena pecuniaria e con la reclusione per i casi più gravi.

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In Italia, invece, il catcalling non è considerato un reato. Tuttavia, negli ultimi anni, si è tentato di ricondurre la fattispecie ad alcune previsioni normative vigenti. Non sembra convincente la sussunzione del catcalling nell’alveo dell’articolo 612-bis c.p. in tema di stalking che sanziona chi «con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita». Infatti, per integrare il reato di stalking è necessaria la reiterazione dei comportamenti penalmente rilevanti nonché la causazione di un grave e perdurante stato di ansia e di paura, elementi che sembrerebbero non ravvisarsi in un singolo episodio di catcalling.

Ancora, si è suggerito di far rientrare il catcalling tra le molestie di cui all’art. 660 c.p. che sanziona «chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo». Tuttavia, anche questa ricostruzione non è del tutto persuasiva. Infatti, come precisato dalla giurisprudenza, il reato di molestie è integrato da atteggiamenti di invadenza e di sgradita intromissione nell’altrui sfera di libertà. Insomma, affinché sia configurato il reato di molestie, non basta un semplice fischio o complimento inopportuno.

Allo stato, dunque, il catcalling è privo di un puntuale inquadramento normativo, il che determina un deficit di tutela per le vittime di tali comportamenti molesti. Ebbene, perché il legislatore dovrebbe intervenire per sanzionare chi esprima per strada apprezzamenti sgraditi nei riguardi di una sconosciuta o di uno sconosciuto? In fondo, si tratta di meri complimenti, giusto? In verità non è così. La molestia stradale si traduce, infatti, in una limitazione della libertà in primis, di circolazione – della vittima. Tali comportamenti, per vero, ingenerano nei destinatari un sentimento di paura, tale da suggerire agli stessi di cambiare strada, di evitare preventivamente determinati percorsi o, addirittura, di non uscire di casa. Soprattutto se si è donna, se si è giovane e se è notte. Un sapiente tratto di penna del legislatore non potrebbe che fungere da catalizzatore di un radicale cambiamento culturale che bandisca, una volta per tutte, il catcalling dalla sfera del socialmente tollerabile.

di Edna Borrata e Ilaria Ainora

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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