caso de "La Chimera"

Il caso de “La Chimera”, che succede al cinema italiano?

Redazione Informare 13/12/2023
Updated 2023/12/13 at 2:00 PM
10 Minuti per la lettura

Debuttato nelle sale il 23 novembre scorso, il caso de “La Chimera” sta smuovendo qualcosa nel cinema italiano. Si tratta del quarto film della regista Alice Rohrwacher, già debuttato in anteprima il 26 maggio 2023 al Festival di Cannes. Gli appassionati delle sale ne hanno salutato l’uscita con entusiasmo, criticando però le decisioni riguardanti la sua distribuzione. Questa polemica rende interessante il caso de “La Chimera” da due punti di vista: quello puramente stilistico e quello delle logiche commerciali sottostanti.

Il luogo, il tempo, i personaggi: l’inafferrabilità della rappresentazione magica

“La Chimera” ci mostra un’Italia passata. Senza mai dare indicazioni temporali o geografiche, si intuisce che siamo negli anni 80, in Etruria. Il suono antico di questa parola fa intuire il rapporto che il film ha con il passato. Il protagonista, infatti, è un’aspirante archeologo, finito a collaborare con un gruppo di improbabili tombaroli. L’unico dato sulla provenienza di Arthur ci è offerto dal soprannome “l’inglese”: non sappiamo nient’altro del suo passato. I suoi poteri da rabdomante ci vengono presentati come un dato di fatto, come la sua caratteristica personalizzante. Insieme al sapere storico e accademico, la magia di Arthur è ciò che permette ai tombaroli di arricchirsi e di creare un legame tanto affettuoso con “l’inglese”. Il film segue le vicende del gruppo con toni magici e surreali, analizzando i pericoli e i dubbi che un “lavoro” del genere può portare.

Ognuno ha sempre la propria Chimera. A seconda del punto di vista adottato, la chimera può prendere le forme più disparate. Questa figura nasce nella mitologia greca, venne raccontata dai poeti col muso di leone, il corpo di capra, la coda di drago e vomitante fiamme. Questa accozzaglia deforme rivela l’assurdità e la mutevolezza della chimera, il cui maggiore distintivo è l’inafferrabilità.

Alice Rohrwacher, il realismo magico

I personaggi del film di Alice Rohrwacher, infatti, sono rappresentati tutti alla costante ricerca di qualcosa: il guadagno, l’amore, un sogno immateriale. Ognuno occupato nel proprio inseguimento, le chimere rendono gli esseri umani soli, incapaci di comunicare. Ce lo suggerisce una delle scene cardine del film, in cui i tombaroli si trovano a litigare con un acquirente. Nel momento in cui iniziano a parlare, alle orecchie di Arthur arrivano solo ringhi di animali: la chimera ci deumanizza, ci impedisce il vivere comune e ci obbliga ognuno alla nostra solitudine nostalgica.

Il film mostra una realtà magica, un’Italia esoterica che non ha niente a che vedere con le romanticizzazioni cinematografiche che spesso la riducono ad una cartolina. Anzi, il protagonista rappresenta un vero e proprio antieroe. Chiuso nel suo mondo, Arthur non è davvero a suo agio con nessuno dei personaggi che incontra. Parzialmente, ciò è dovuto alla perdita della sua amata, Beniamina, che appare come un fantasma, un nume tutelare, durante tutto l’arco della storia. Sospeso tra la realtà dei vivi e quella dei morti, il film non poteva che trarne una dimensione onirica, che lo pone di diritto nel genere del “realismo magico“. Si tratta di un uno stile che dipinge una visione realistica del mondo aggiungendo anche elementi magici, spesso confondendo i confini tra fantasia e realtà.

Il caso de “La Chimera” e la distribuzione cinematografica

A differenza di altri Paesi europei, tra cui la Francia, il mercato cinematografico italiano ha smesso di puntare sul proprio pubblico. I cinema, capaci di competere liberamente tra loro, sempre più spesso decidono di distribuire unicamente i “successi”, tagliando fuori i film con minore risonanza mediatica. La Chimera di Alice Rohrwacher è vittima dello stesso trattamento. Sebbene sia stato selezionato al Festival di Cannes quest’anno – accanto a Nanni Moretti e Bellocchio – e presenti un cast internazionale, il film è considerato un prodotto di “nicchia” culturale. Lo stile della regista italiana rientra a pieno titolo nel “cinema d’autore” che viene oggi concepito come un film a basso potenziale commerciale. Sebbene sia tra i registi italiani meglio conosciuti ed apprezzati all’estero, i suoi film vengono ancora poco distribuiti nelle sale.

Questa valutazione viene fatta su due fattori: gli incassi dei film precedenti e la notorietà della pellicola.

Così, se la distribuzione si concentra sul riempire poche sale, piuttosto che sparpagliare gli spettatori in tante sale mezze vuote. La strategia è spesso quella di riempire sale modeste per aumentare la domanda nel weekend successivo. Così, se all’inizio era uscito in 105 sale in tutta Italia, la settimana dopo sono state dimezzate a 50 per poi aumentare di nuovo, attualmente 76 sale, grazie al video girato dalla stessa Rohrwacher con O’Connor, che ha raccolto oltre 1 milione di visualizzazioni.

La distribuzione, in questo caso 01 Distribution di proprietà della Rai, ha dichiarato che «La Chimera è diventato il primo incasso in molte sale delle più grandi città italiane fra cui l’Anteo di Milano, l’Eden di Roma, l’Odeon di Bologna, il Nazionale di Torino e il Fiorella di Firenze, che proseguiranno la programmazione per il terzo weekend».

I limiti delle logiche di distribuzione attuali

Tuttavia, il successo di qualsiasi film dipende categoricamente dai risultati raggiunti nella settimana d’uscita. Per questo motivo, sebbene la Rohrwacher sia molto apprezzata all’estero, i suoi film vengono concepiti dall’inizio come film in perdita. La Chimera è stata una produzione piuttosto costosa (budget di 9 milioni e mezzo) risultata dalla coproduzione tra Italia, Francia e Svizzera. Nella prima settimana il film ha incassato circa 270mila euro, sembra quindi difficile che riesca a mettersi in pari con i costi. É molto difficile infatti che gli incassi delle settimane successive riescano a raggiungere o superare quelli della prima. In questo caso, le previsioni basate sulle ammissioni del weekend d’uscita fanno sperare poco: sembra infatti difficile che La Chimera riesca raggiungere le cifre dei film precedenti della stessa regista, come Lazzaro Felice, che aveva riscosso quasi 500mila euro al botteghino.

Questo approccio corre il rischio di appiattire il panorama culturale italiano e, allo stesso tempo, diseduca il pubblico alla visione di lavori più articolati. È compito del cinema prendersi la responsabilità di educare i propri spettatori?

Il confronto con la Francia

L’industria cinematografica francese è una vera e propria eccezione culturale nel panorama del cinema mainstream odierno. Mentre le imprese cinematografiche riducono il rischio di perdere soldi con trame conosciute, grandi produzioni e appoggiandosi alle piattaforme di streaming; l’industria si sostiene attraverso finanziamenti statali. Il fine è quello di promuovere i film francesi, attraverso un meccanismo di sussidi e sgravi fiscali. Il CNC (Centre National du Cinéma et de l’Image Animé) è l’istituto governativo che si occupa di finanziare produttori e distributori che decidono di girare i propri film in Francia o di ricompensarli attraverso prestiti o concessioni quando i film vengono considerati meritevoli dal punto di vista artistico. In questo modo, il cinema d’autore viene promosso e sostenuto internamente dall’industria. Al contrario, il mercato cinematografico italiano è un mercato puramente commerciale, cioè dipendente dai gusti del pubblico, che è sempre meno abituato ad andare al cinema.

Il regista Paul Schrader ha dichiarato nel 2018 che la qualità del cinema – riferendosi a quello Americano di Taxi Driver – non dipende tanto dai registi quanto dagli spettatori: “Oggi gli spettato non prendono i film seriamente, quindi è difficile girare un film serio per loro.” Il report della Corte dei Conti Francese ha infatti mostrato che solo il 2% dei film nazionali è capace di creare profitto e che ⅓ dei film francesi nel 2019 ha attirato poco meno di 20mila spettatori. Il 2022 ha confermato questa tendenza: mentre i blockbuster- produzioni che superano i 10milioni- come Barbie e Oppenheimer riescono ad attrare il pubblico nelle sale per un “evento mediatico”, le medie produzioni perdono terreno.

A chi tocca il compito di “educare” il pubblico? 

Articolo a cura di Sara Marseglia e Giovanna Di Pietro

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