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Un ponte tra arte e spiritualità

Arte e fede si fondono nella mostra di Clelia Scalzone dal titolo “I colori della fede”, tenutasi nella Parrocchia Sacra Famiglia di Lago Patria e patrocinata dal “Laboratorio d’arte iconografica Mikhaél”, associazione fondata proprio da Claudia e da suo marito Leandro.

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L’iconografia è silente, fantasma.

Clelia, ci racconta come la sua mostra voglia far conoscere quest’arte, racchiusa nelle fondamenta della cultura cristiana.

Clelia, raccontaci un po’ di te…

«Sono cresciuta a Casal di Principe, una realtà abbastanza difficile, al mio tempo quasi soffocante. Oggi però vedo che il paese sembra svegliarsi a nuove prospettive per i giovani, e questo mi rende felice.

Mi sono diplomata al liceo artistico di Aversa, poi ho conseguito una triennale in disegno industriale perché credevo potesse interessarmi questa branca lavorativa, ma in seguito mi sono appassionata alla grafica e da lì ho fatto diversi lavori…»

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Clelia Scalzone ed il Vescovo di Aversa Mons. Angelo Spinillo

Come e quando ti sei avvicinata all’iconografia? Sei sempre stata così vicina alla fede?

«La fede ha sempre fatto parte del mio percorso umano. L’iconografia è nata per caso, quando un sacerdote mi chiese di dipingere un’icona.

Mi informai e cominciai a capire che non si trattava solo di un’immagine da venerare, ma il lavoro stesso del pittore doveva essere intriso di spiritualità e preghiera. Ne sono rimasta affascinata, trovare un connubio tra fede e arte è stato meraviglioso, potevo unire due aspetti della mia vita che amo.

Sentivo che mi avrebbe arricchita umanamente, così sono stata alla scuola iconografa di Angelo Vaccarella e con lui mi sono formata».

Come nasce un’icona?

«Le icone traggono vita dalla Bibbia, vengono “scritte” perché sono una traduzione visiva della Sacra scrittura. Ogni modello è tratto dalla tradizione: l’iconografo deve attenersi alle scritture, ma per quanto il modello sia “standard”, si riconosce comunque l’arte dell’iconografo nel suo tratto.

Inoltre vengono realizzate esclusivamente con vernici naturali create da elementi della terra e non vengono mai firmate dall’iconografo, perché nascono con lo scopo di dare gloria a Dio.

Io mi attivo nel mio percorso cristiano con la preghiera, cerco di cominciare un’icona con un colloquio giornaliero con Dio, dipingo approfondendo il tema che sto per scrivere. Man mano, l’immagine si costruisce da sé, vengo guidata dalla mia fede».

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È risaputo che tra i giovani vi è un crollo dei valori religiosi, secondo te è possibile riavvicinarli alla fede attraverso l’arte?

«Io penso che la fede possa nascere attraverso tanti canali della vita quotidiana, tutto può parlare di Dio.

Lui parla nel momento in cui l’uomo toglie le barriere dal suo spirito, e uno dei motivi per cui affronto questo lavoro è proprio perchè voglio comunicare a chiunque si metta in ascolto che può esserci una riconversione anzi, deve esserci una riconversione. Avvicinarsi a Dio non è mai una perdita».

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Il Vicario parrocchiale Don Rocco, che insieme a Clelia ha curato la mostra, ci dice:

«Si può ripartire dalla bellezza dell’arte. Il gusto della bellezza all’uomo non è mai mancato e credo che attraverso l’arte si possa riscoprire la grandezza di Dio.

Abbiamo lanciato un’esca; mi aspetto un ritorno come allo stesso tempo mi aspetto che non possa essercene alcuno, l’iconografia è un’arte difficile da seguire e capire. In sostanza però speriamo di promuoverla attraverso una serie di percorsi che continueremo a realizzare».

Don Rocco ha raccontato della visita del Vescovo di Aversa all’apertura della mostra, molto colpito dalle icone di Clelia, e si congeda da noi con una breve battuta sulle questioni sociali del nostro territorio:

«Il nostro territorio è abbandonato, da tutto e da tutti. Lascia perplessi l’assenza delle istituzioni, il problema è sempre racchiuso nel fatto che dove lo Stato si ferma, la malavita diventa Stato. Ma c’è sempre una parola di speranza: l’onestà la bellezza e il senso civico di ognuno di noi devono sempre primeggiare nelle comunità cittadine e parrocchiali».

di Daniela Russo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°193
MAGGIO 2019

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