“Ho perso una partita contro l’Università”: la storia di Marco

studente in crisi

Qualsiasi studente universitario sa, ancor prima di iscriversi, che prima o poi dovrà fare i conti con inevitabili “errori di sistema”. L’incompatibilità tra sistema e ambizioni degli studenti è la principale causa di demotivazione. Lo studente non stimolato non può attraversare un sentiero arido prima di poter arrivare alle sue passioni. Questa è la storia di Marco, la storia di tutti.

“Mi chiamo Marco, sono uno studente universitario napoletano e stamattina a Napoli è proprio una bella giornata: c’è un gran bel sole ed un gran bel caldo. Sembra che sia già arrivata la primavera ma in realtà sono solo gli ultimi di gennaio.
Sono circa le 10:00, la città è bella come al solito. Per uno come me che viene in treno dall’anonima e grigia provincia, il caos, il brusio assordante che regna sovrano fra le strade non è, e non è mai stato un problema.
Cammino a passo rapido, scanso qualche passante goffo, attraverso qualche incrocio ingorgato e mi accorgo di essere decisamente in ritardo. La mia caccia al tesoro deve assolutamente concludersi prima delle 10:30, altrimenti sarà troppo tardi per compiere la mia importantissima missione: in mezzo all’agglomerato confusionario di alti edifici napoletani devo ad ogni costo trovare quello dove c’è l’ufficio nel quale si terrà il mio esame. Purtroppo, il professore ci ha lasciato solo qualche informazione vaga e imprecisa: nessun indirizzo, nessun numero civico e nessun punto di riferimento. Ma non fa nulla, non ci dò particolare peso: di sicuro qualche anima pia, qualcuno in segreteria mi saprà indicare la retta via per arrivare al cospetto di colui che deciderà se sono preparato o meno.

Dentro di me spero di sì, è da mesi che studio senza sosta.

Niente da fare, sono appena arrivato alla segreteria dell’ateneo ma nessuno dei sette segretari sembra sapermi dire dove si trovi questo fantomatico ufficio. Li ringrazio comunque, li saluto, gli auguro una buona giornata. Tornano a bere il loro caffè, e io intanto mi rimetto in viaggio verso una meta sempre più ignota. Sono le 10:15, devo sbrigarmi, non posso continuare a vagare a vuoto.

Ad un certo punto, quando tutto sembra esser perduto, si accende in me una lampadina: mi tornano in mente le chiacchiere udite pochi mesi prima in cortile da parte di alcuni ragazzi: mi pare che avessero detto che il mio esame si sarebbe tenuto in un bell’ufficio che affacciava sul porto di Napoli.

Fantastico, ci sono! Eureka! La mia mente si rimette in moto, ritrovo d’un tratto tutta la fiducia che si stava affievolendo, faccio due più due, e finalmente so dove dirigermi. Mio caro professore, ce l’ho fatta! Sono riuscito a risolvere l’enigma nonostante le scarse informazioni che mi ha fornito. Se si trattava di un test, di una partita decisiva da giocare, siamo 1 a 0 per me, palla al centro.

Dopo un altro po’ di cammino, finalmente, arrivo in questa sorta di austero grattacielo. Prendo l’ascensore, sbaglio piano un paio di volte e alla fine riesco a trovare il posto in cui si terrà il mio esame. Sono le 10:30 spaccate, è andato tutto liscio. Ce l’ho fatta. 2 a 0 per me.
Fa caldissimo, i riscaldamenti sono al massimo, si respira un’aria pesante impregnata dell’ansia che aleggia in ogni metro cubico dell’angusto locale. Siamo tantissimi, penso quasi un centinaio: qualcuno è in piedi, qualcun altro a terra con scartoffie, libri e libricini. Tutti siamo un po’ preoccupati e un po’ spaesati, dato che il Prof. ha deciso di fare le cose in grande non dando la possibilità di prenotarsi online per l’esame. Eppure, nel 2018 appena iniziato, quella di prenotarsi dal PC o dallo Smartphone la trovo una cosa molto comoda e funzionale: prenoti con un semplice click, il professore può subito farsi il conto di quanti ragazzi ci saranno all’appello e valutare se divederli in gruppi o meno. La vedo una cosa moderna e sensata, ecco.

Poi mi ricordo che il prof non m’ha mai manco risposto ad una mail e che, probabilmente, non lo sa nemmeno usare il computer. Dovrebbe imparare però: nonostante l’età avanzata, mi sembra una persona abbastanza sveglia, oltre che colta e intelligente.

Siamo tutti qui e probabilmente non lo faremo tutti oggi l’esame. Ci toccherà venire domani o dopodomani, dato che non avrà tempo e modo di esaminarci tutti.
Intanto si sta facendo tardi ma il professore non è ancora qui.
Dove sarà mai? Ma lo passo ‘sto esame?! Ma quanti ne siamo?! Tante domande nella mia testa. Basta, la smetto, sennò dimentico gli argomenti d’esame. L’attesa è a dir poco snervante.

Incredibile.

Con un modesto ritardo di 40 minuti, aperte le porte dell’ascensore, si scorge finalmente la sagoma del professore, col suo sguardo burbero, la sua valigetta in pelle e l’aria di chi non ha tanta voglia di stare lì.
Se ne accorgono tutti che oggi il prof non è dell’umore giusto: entra nervosamente nel suo ufficio, esce dopo qualche istante, indica un gruppetto di ragazzi a caso e gli intima di seguirlo dentro. Saranno loro i primi, i pionieri, gli eroi che daranno il via a questa fantastica giornata d’esame. Speriamo bene!

Passano 3 ore circa. Finalmente ci siamo.

Il prof. indica con il suo indice grasso proprio me. Mi alzo, lo seguo, entro. Mi siedo davanti a lui su una comoda poltroncina nera e lui, di fronte a me, dall’altra parte di una grande scrivania di legno, mi guarda con l’aria un po’ stufata, un po’ irritata. Inizio a pensare che forse gli sto antipatico o che gli ricordo qualcuno che lo picchiava da piccolo. Mi fa una domanda, una sola.

Panico.

Non so la risposta, un vuoto incredibile alla testa. Ho paura e mi vergogno del silenzio. Decido di essere sincero con lui e gli comunico che, onestamente, non la so. Lui a queste mie parole si acciglia, mi guarda ancora più arrabbiato e torvo, apre la bocca come se stesse per gridare, ma poi con tono greve mi dice che se non so questa cosa che m’ha chiesto è inutile continuare l’esame. Continua invitando mi ad alzarmi, a studiare meglio, a non fare il furbo agli esami e a ripresentarmi a febbraio. Eppure, ho solo detto la verità. Forse era meglio inventare e arrampicarsi sugli specchi? E poi, come ha fatto a capire tutte queste cose da un “Non lo so”? Assurdo!

Mi alzo, auguro buon lavoro al professore, scappo via dall’ufficio, poi verso l’ascensore senza salutare nessun altro. Premo il pulsante del pian terreno e durante i 9 piani che l’ascensore deve percorrere inizio di nuovo a pensare; tanto ormai l’esame non è andato, posso pure riempire la testa con pensieri non inerenti alla materia.

Beh, ma cosa è successo? È bastata una sola, una sola domanda rapportata ad un programma vasto duemila pagine per decretare se fossi preparato o meno? Il prof non c’aveva voglia oggi? E mo’ che devo fare? Ritentare la prossima volta, sperando non abbia la luna storta e mi dia la possibilità di parlare, di “azzeccare una scopa” come si dice dalle nostre parti?
A pensarci, è stato un po’ come quei quiz televisivi in cui o la sai e vinci il montepremi, o la sbagli e te ne torni a casa con un po’ di rammarico ma con la consolazione di aver fatto una bella esperienza. Io, però, devo andare a prendere la metro e il treno, e l’unica cosa che sento forte dentro di me è la brutta sensazione di esser stato vittima di un’ingiustizia.

Sono al pian terreno, mi dirigo a passo svelto verso il portone d’ingresso, ritorno all’aria aperta. L’odore del mare sembra un po’ più amaro, però che bella vista. Napoli ha sempre qualche modo per rapirti. Ma non ho il tempo per essere felice e orgoglioso di quanto sia bella la mia città alle 13.30: ho fame e non riesco proprio a trovare pace per quello che è successo prima.

Come si può valutare la preparazione di un alunno con una sola domanda? Continuo a domandarmi. Come si può non prendere in considerazione l’idea che in una mole così vasta di cose da studiare qualcosa possa sfuggire? Come si può mandare a casa qualcuno che ha sacrificato mesi del proprio tempo su un manuale, dandogli una sola chance senza possibilità di rifarsi, senza la possibilità di discutere, di argomentare, di dimostrare il proprio valore?

La metro è appena arrivata, salgo, direzione Stazione Garibaldi, e quando si chiudono le porte dietro di me, realizzo che la risposta ai miei dubbi resterà per sempre nell’animo di un professore arretrato, maleducato, ritardatario e antiprofessionale: manifesto di un sistema che mortifica invece di valorizzare, che distrugge invece di costruire. Un circuito in cui tutto funziona poco e a intermittenza, dove nessuno sa, nessuno è, nessuno fa. Dove sei un numero, un affare da sbrigare in fretta, un impiccio, un fastidio.

Basta arrabbiarsi, devo scendere. Siamo arrivati fragorosamente al capolinea.

Una folla informe scende di corsa dalla metro e con un moto ondulatorio si dirige verso gli ascensori e le scale mobili. Ho sempre l’impressione che vadano tutto così di fretta, che debbano correre pure loro contro il tempo per compiere a tutti i costi una missione come me stamattina.
Ho giusto il tempo per incazzarmi un altro po’ mentre mi metto le cuffiette, sfido il mal di testa e ascolto la musica a palla. Il mio cervello inizia a pulsare forte.

In fin dei conti, mi dico , anche l’alternativa di poter esser promosso con una sola domanda m’avrebbe dato fastidio perché non basta, non serve e non dimostra niente. Questa non è una gara, non è un test di memoria. Stiamo parlando della costruzione del nostro futuro e questo non può né passare per una domanda secca, né nelle mani di un incompetente.
Allora il chirurgo che sbaglia l’operazione e uccide il paziente, probabilmente è stato un laureando che ha risposto bene a quella domanda, senza sapere nulla del resto? E invece, il quarantenne bloccato in un lavoro che non lo gratifica potrebbe esser stato uno di quelli che sapeva tutto ma ha sbagliato l’unica cosa che gli è stata chiesta, mollando adirato gli studi e i propri sogni?

Resto lì, in quella metro, con la mia rabbia, le mie cuffie, i libri nello zaino e un tabellino immaginario di una fantomatica partita iniziata qualche ora prima: 1 a 0 per me, dopo aver trovato l’antica sede perduta; 2 a 0, raddoppio, per essermi presentato puntuale nonostante tutto, e ora? Ora a quanto stiamo?

Questa mattina passerà alla storia come una delle più grandi rimonte di sempre: è finita 2-3 per il professore, 2-3 per l’ignoranza, per la superficialità, per l’inadeguatezza e l’abuso d’ufficio. A fine match mi sento come chi ha perso senza meritarlo, giocando un tempo solo, con un uomo in meno e l’arbitro contro. Pedina di un destino compromesso da chi non ha idea di quello che sta facendo. Vittima di un sistema antiquato e mal funzionante.

Meglio ascoltare la musica e basta, dai. Le partite sono ancora tante, troppe, e i veri vincitori non sono quelli che vincono un incontro ma quelli che alzano la coppa a fine campionato.

E chissà ‘sto treno quando arriva.”

di Alessia Giocondo