Sabato mattina alle ore 6 italiane (ore 7 di Israele) Hamas ha iniziato un attacco armato contro Israele lungo il confine della Striscia di Gaza. In un comunicato, il leader del reparto militare di Hamas, Mohammed Deif, ha detto che il primo attacco aveva come obiettivo le basi militari, gli aeroporti e le posizioni nemiche nella zona. Lo scopo dell’operazione sarebbe “difendere la moschea di al Aqsa” a Gerusalemme, un luogo sacro per tutta la comunità musulmana.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un breve video sui social si è rivolto ai cittadini israeliani e ha detto “siamo in guerra e la vinceremo”, ha inoltre annunciato una massiccia mobilitazione dei riservisti e che la risposta di Israele sarà molto dura, “il nemico pagherà un prezzo che non ha mai conosciuto”.
Cosa sappiamo dell’attacco di Hamas
Pare che l’attacco sia composto da due parti: un attacco via terra senza precedenti sul territorio israeliano e un massiccio lancio di razzi. Sabato mattina Deif ha annunciato il lancio di almeno 5mila missili diretti verso i villaggi e i kibbutz nei pressi della Striscia di Gaza.
La più grande novità è l’attacco via terra, il confine di Israele è uno dei più militarizzati e sorvegliati al mondo, non è chiaro come sia stato possibile che l’intelligence israeliana non abbia previsto l’attacco. Un funzionario del governo israeliano ha detto a BBC News che il fallimento dell’intelligence è inaccettabile e sono partite le indagini per capirne le responsabilità. Secondo alcuni esperti questo potrebbe essere il più grande fallimento dell’intelligence dalla guerra dello Yom Kippur del 1973.
L’esercito israeliano sta combattendo nelle città invase dai miliziani palestinesi. La città più grande coinvolta negli scontri è Sderot, distante solo 5km dal confine, conta circa 25mila abitanti ed è nota per il gran numero di bunker che si trovano in tutta la città, sono 286 al momento. Si stima che dal 2004 al 2014 la città sia stata colpita da circa 8600 missili e granate. Haaretz scrive che al momento sono in corso scontri fra i miliziani palestinesi e l’esercito israeliano nei kibbutz di Be’eri e Re’im, inoltre pare che nel kibbutz di Ofakim siano in corso dei negoziati per liberare alcuni ostaggi.
Al momento secondo il servizio nazionale di pronto soccorso israeliano i feriti sarebbero 2156, i morti circa 600. Mentre per le autorità della Palestina le vittime palestinesi sarebbero 313 tra civili e miliziani , uno dei principali leader di Hamas, Saleh Al Arouri, ha detto ad al Jazeera che i miliziani del gruppo hanno catturato “un gran numero di prigionieri israeliani, fra cui importanti ufficiali”. Il numero non viene meglio specificato e farne una stima è molto complesso. Al momento non è chiaro neanche il possibile coinvolgimento di milizie appartenenti al Fronte popolare per la liberazione della Palestina o delle Brigate al-Quds costituenti il braccio armato del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina.
I possibili motivi dell’attacco
Pur tenendo conto di un aumento delle tensioni tra Israele e i confini palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, dove erano avvenuti gli episodi più degni di nota, nessun analista si aspettava una tale escalation. Ad aprile c’erano stati violenti scontri tra la polizia israeliana e palestinesi presso la moschea di al Aqsa a Gerusalemme. Alcuni lanci di razzi dal Libano avevano portato alla risposta dell’esercito israeliano con bombardamenti nel sud del paese colpendo anche alcuni obiettivi di Hamas. A maggio l’esercito israeliano aveva ucciso in un’operazione militare a Gaza 12 palestinesi, tra i quali tre importanti leader del gruppo Jihad Islamico.
A luglio Israele aveva bombardato un’area densamente popolata nel campo profughi di Jenin, con l’obiettivo di colpire alcuni gruppi terroristici, uccidendo almeno otto persone, la cosa ha portato un uomo palestinese ad investire alcune persone a Tel Aviv, ferendone una decina. Ad agosto sono seguite nuove operazioni dell’esercito israeliano nei campi profughi di Jenin e a Gerico.
Il portavoce della Jihad Islamica ha detto che gli ostaggi verranno liberati solo dopo la liberazione di quelli palestinesi.
Ghazi Hamad, portavoce di Hamas e viceministro degli Esteri del governo di Gaza, ha detto ad Al Jazeera che l’attacco è anche un messaggio per i paesi arabi che hanno recentemente normalizzato i propri rapporti con Israele. Hamad ha dichiarato “Chiedo a tutti i paesi arabi di interrompere tutte le relazioni con Israele perché non è uno stato che crede nella pace, nella coesistenza o nell’essere un buon vicino. È uno stato nemico e dobbiamo fermarlo”. Gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Marocco hanno riconosciuto Israele negli ultimi anni, un atto che giuridicamente non ha alcun valore dal punto di vista del diritto internazionale, ma dal punto di vista politico risulta ancora molto importante. Tramite l’azione di Joe Biden erano iniziati anche i dialoghi tra Arabia Saudita ed Israele, un eventuale riconoscimento del paese più importante del Golfo Persico sarebbe una svolta epocale.
I paesi dell’UE e il presidente degli Stati Uniti hanno duramente condannato l’azione di Hamas, altri paesi come Arabia Saudita, Turchia, Russia e in generale i paesi del blocco arabo sono stati più moderati nelle dichiarazioni e hanno solo chiesto di fermare le violenza. A sostegno di Hamas si sono schierati paesi come il Qatar, grande fornitore del gruppo, l’Iran, nemico storico di Israele e dal gruppo terroristico sciita Hezbollah.



















