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Sul set di Gomorra, Arturo Muselli racconta Sangue Blu

Pasquale Di Sauro 02/02/2022
Updated 2022/02/04 at 5:21 PM
8 Minuti per la lettura

Dottore in lettere moderne specializzato in Filologia Moderna, sul set Enzo Villa o meglio “Sangue Blu”, giovane boss protagonista della serie italiana più venduta al mondo: Gomorra. Arturo Muselli è nato a Portici, classe ‘83, professione attore. A diciannove anni debutta in teatro, l’esordio al cinema è battezzato dalla regia di Sorrentino nel 2003. In televisione varie fiction di successo, ma sul piccolo schermo nel 2017 prende parte alla terza stagione di Gomorra, vestendo i panni di “Sangue Blu” fino all’ultimo episodio della saga. In questa intervista, rivive il percorso con il suo personaggio, tra i più apprezzati dal pubblico e dalla critica.

Il tuo provino per Gomorra?

«All’epoca stavo girando un film, per questo portavo una barba lunga. Mi chiamarono per un provino e io quasi non volevo andarci perché sembravo un personaggio medievale. Poi scoprì che per il ruolo in Gomorra la barba era la chiave, una caratteristica importante. La selezione è stata lunga, chi interpretava Enzo doveva relazionarsi con Valerio, suo compagno nella serie. Quindi in “finale” eravamo in quattro, due coppie che si scambiavano per provare i dialoghi. I provini sono durati anche quattro ore, l’ansia per ottenere la parte era tanta, ma era comune e condivisa. C’era comprensione per ciò che stavamo affrontando, non c’è stata quella competizione, solo tensione, speranza e lealtà nei confronti dell’altro».

 

Arturo Muselli Gomorra SangueBlu la serie

Come hai creato Sangue Blu?

«Passo dopo passo. Era necessario capire come era fatto esteticamente, cosa indossava, i tatuaggi, la rasatura. Ho iniziato poi ad immaginare la psiche di Enzo, come doveva pensare, parlare e con quale voce. Chiaramente la sceneggiatura insieme ai registi fanno da guida, ma in Gomorra avevamo la possibilità di proporre per una costruzione comune del personaggio. Ad un certo punto i registi mi hanno lasciato libero di creare. È come imparare ad andare in bicicletta, all’inizio ti tengono poi ti lanciano e tu vai da solo. Sul set capiscono quando il personaggio diventa tuo e quindi sai se e come dire una battuta, se fare una cosa in modo anziché in un altro».

Sei entrato a gara in corso, come è stato l’impatto con la serie?

«Non semplice, sentivo la responsabilità di proporre un personaggio all’altezza degli altri protagonisti della serie. Quando sono stato scelto non sapevo di avere un ruolo chiave. Ho iniziato a girare le prime scene in Bulgaria e lì mi è stato detto di essere uno dei protagonisti. Io mi concentro sul lavoro, su ciò che devo fare, non tanto sugli effetti che il prodotto può avere sul pubblico e sulla mia notorietà. Non ho pensato: “Gomorra, diventerò famoso”. Già fare parte del progetto era una fortuna, scoprire poi di essere uno dei personaggi principali della serie italiana più venduta al mondo».

In Italia si tende ad identificare l’attore con il ruolo che interpreta…

Arturo Muselli attore teatro cinema«Credo sia un problema legato all’uso che lo spettatore fa della serie tv. La serialità entra nelle case per un periodo lungo, il pubblico si affeziona al personaggio e lo lega all’attore. Sangue Blu ha avuto un impatto, ma dal vivo ci si rende conto subito che non ci somigliamo. Nel momento in cui lavorando ad un altro prodotto non ho quel look lì diventa difficile ricondurre la mia figura a lui. A teatro il pubblico è abituato a seguire un attore e vederlo cambiare ruolo. Ogni volta accetta un nuovo personaggio, in tv è diverso forse perché l’immagine ha una forza maggiore e quindi viene meno quell’elasticità. Ciò non vuol dire che l’attore non possa riuscire bene nell’interpretare qualcosa di diverso ogni volta».

 

La scena più difficile e quella più importante?

«Tutte complicate. Le scene piccole erano le più difficili, riguardavano spesso i finali di puntata, significava che quelle poche battute dovevano costruire una parte di storia fondamentale. Per quanto riguarda l’azione facevamo tutto noi, ricordo un girato nelle fogne, parecchi metri sotto terra, non si finiva mai, entrammo con la luce uscimmo di notte. La scena che ha segnato Sangue Blu è il primo omicidio. Ci fu un salto del personaggio che entra nella Camorra e cresce da un punto di vista criminale. In quelle immagini c’è anche il discorso umano, la sofferenza interiore, il conflitto che vive, il dramma nel dover uccidere la prima volta e soprattutto un innocente».

Avresti voluto qualcosa di diverso per il finale di Enzo?

«Sono contento di aver chiuso il cerchio con una serie di battute che fanno capire esattamente chi fosse quel personaggio e la sua verità… di questo sono soddisfatto. Le ultime frasi che dice Enzo, le ho proposte e sono state accettate. Ricordo che scrivendole pensai a come racchiudere ciò che per Sangue Blu era davvero importante e dunque l’amicizia e le relazioni umane che muovevano davvero la sua storia: “Io e lui siamo fratelli, questa per me è l’unica cosa che conta”, detto a Salvatore Esposito, rigorosamente in dialetto». 

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L’eredità che ti lascia la serie?

«Affrontare questo personaggio mi ha messo dinanzi ad una serie di limiti umani e artistici. Le cose che lui fa nella serie io non le farei mai nella vita, anche stare in piedi dietro lo scooter. Bisognava superare certi ostacoli e in qualche modo questo mi ha portato ad una crescita professionale. Sarebbe scontato dire che Gomorra mi lascia in eredità una popolarità, ma finché sei in un prodotto che funziona sei al sicuro, nel momento in cui finisce devi riempire con altre cose. Avendo una storia teatrale, so già che fare, o meglio provare a fare».

Il rapporto con Salvatore Esposito e Marco D’Amore?

«Io e Marco veniamo dal teatro, ci capivamo in fretta sul set condividendo un linguaggio che avevamo già entrambi, poi chiaramente ho girato di più con lui, era anche regista della serie. Con Salvatore ho un ottimo rapporto, i nostri personaggi sono stati nemici, ma per fortuna non c’è stato mai nulla di personale! Insieme ci siamo divertiti molto, sono momenti che mancheranno».

 

Di Pasquale Di Sauro

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N°226 – FEBBRAIO 2022

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