Gianluca Isaia: l’internazionalizzazione della lingua Napoletana

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New York, San Francisco, Milano, sono le città del successo nell’immaginario collettivo. Internazionali, all’avanguardia, l’aspirazione di chiunque ambisca a diventare “qualcuno che conta” (e chi non ce l’ha?).

Fra le tappe obbligatorie della scalata al successo sembrerebbe esserci quella di sradicare le proprie radici: una sorta di epurazione forzata, a partire dalla dizione. Ma Gianluca Isaia sembrerebbe non essere della stessa opinione.
La sua sartoria storica, Isaia, frutto di una tradizione che vanta ormai un secolo di floride produzioni, fa dell’animo partenopeo il suo tratto peculiare, partendo da ciò che maggiormente rende i napoletani tali, facendoli sentire altrettanto. Non il sole, il mare o il mandolino, ma un elemento molto più viscerale: la lingua. È veramente curioso navigare sul sito internet di uno dei brand più prestigiosi al mondo, tutto made in Naples. Descrizioni prevalentemente inglesi, composte e precise e poi, d’impatto, a scompigliare l’ordine: “Chi bella vo’ pare’, pene e gguaje hadda pate’”, seguito per questioni logistiche dalla traduzione “Looking Beautiful Is Hard Work” che, ammettiamolo, lascia perplesso qualsiasi napoletano a cui è bastato leggere le prime tre parole della frase originale per completarla a memoria sorridendo.
E lo stesso si potrebbe dire per tantissimi altri proverbi, trampolino di lancio per presentare un nuovo articolo o una riflessione: “Capa ‘ngignòsa, lenta sciccòsa”, che per gli anglofoni diventa “Creative head, classy glasses”. “Quann vene ‘a Candelora estate arint e vierne afore”, in traduzione “Summer begins when Candlemas arrives”. Superato lo shock iniziale, è inevitabile il paragone fra le due forme, forse capace di mettere in luce un tratto che, immersi come siamo nella cultura partenopea, spesso perdiamo di vista. Certamente ogni lingua contribuisce in parte a forgiare il pensiero, è inevitabile.

È influenzata dalla cultura che l’ha creata e che, quotidianamente, contribuisce a modificarla ma, a sua volta, influisce sulla stessa. Come ogni lingua, così il napoletano che, lungi dall’essere considerato un semplice dialetto, trascina con sé un bagaglio culturale di storia millenaria. Ma c’è molto di più.
In questo accostamento così bizzarro è insita la prova evidente che il napoletano non si parla di testa, si parla di pancia, frutto di quegli slanci assolutamente spontanei, spesso scherniti per essere teatrali, senza considerare la teatralità proprio come uno dei suoi tratti essenziali e più veri.
Come spiegare, altrimenti, l’oggettiva impossibilità di tradurre queste frasi? “Pene e gguaje” diventano lecitamente “hard work”, ma non saranno mai la stessa cosa, anche se forse, talvolta, basta il suono a rendere l’idea, quel raddoppiamento della “gg” a trasmetterne tutto il melodramma. Quindi, allora, perché inserire a tutti i costi in un contesto così internazionale qualcosa che forse non sarà compreso al di fuori del meridione? Una risposta potrebbe essere questa: per identità.

Perché siamo chi siamo solo grazie a chi siamo stati. Perché raggiungere i vertici del successo è un traguardo vuoto e fine a se stesso, se non si ha la capacità di guardarsi indietro per ricordare da dov’è cominciata la scalata, che sicuramente non sarebbe stata tale senza il background culturale dal quale si è emersi. E, a questo proposito, la domanda sorge spontanea: se non avesse potuto comprendere appieno il concetto di “lenta sciccòsa”, avremmo potuto vantare fieri all’apice della sartoria napoletana, una “capa così ngignòsa”?

di Teresa Coscia

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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