L’omicidio di George Floyd ha sconvolto le coscienze del mondo intero scatenando, al grido di #BlackLivesMatter, una serie di proteste contro l’odio razziale. Ma può la tesi del razzismo, da sola, spiegare un episodio così violento?

Il video della morte di George Floyd mostra un agente della polizia di Minneapolis premere il suo ginocchio sul collo del 46enne per ben 8 minuti, mentre gli altri tre agenti, imperterriti, non intervengono per fermarlo. Secondo le prime dichiarazioni degli agenti, il ragazzo avrebbe opposto resistenza al fermo della polizia, ma un filmato della telecamera di sorveglianza mostra tutt’altro. Non si è trattato dell’unico tentativo di depistare le indagini. Infatti, due giorni dopo, viene resa nota un’autopsia secondo la quale Floyd non sarebbe morto per asfissia, ma a causa della pregressa ipertensione cardiaca. Soltanto una seconda autopsia, richiesta dalla famiglia, dichiara come causa di morte un arresto cardiaco causato dalla pressione esercitata sul suo collo dall’agente Chauvin.

Guardare alla particolarità, a quell’episodio e a quel poliziotto impedisce di cogliere un problema più ampio, estremamente radicato negli Stati Uniti. Quel razzismo becero che scorre sotterraneo e ogni tanto torna a galla, soprattutto quando si parla del rapporto tra afroamericani e polizia (ancora decisamente bianca) che ha sempre vissuto un equilibrio precario. Infatti, casi come quello di George Floyd negli Stati Uniti ce ne sono parecchi e le dinamiche sono molto simili.

Allo stesso modo, però, guardare questi episodi solo attraverso la lente del razzismo rischia di impedire di cogliere una serie di problematiche che hanno a che vedere non solo con la realtà americana ma con l’intera società. Non a caso, uno studio effettuato dalla Statista Media Platform mostra come tra il 2017 e il 2019 la polizia americana abbia ucciso 1893 persone, di cui 1226 bianchi e 667 neri. Numeri che non vogliono assolutamente confutare la tesi razzista ma che consentono di indagare su altre questioni. L’abuso del potere che culmina in violenza brutale. La delegittimazione delle vittime. L’assenza di trasparenza e spesso l’impunità.

Questioni che permettono di affiancare il caso di George Floyd ai fatti del G8 di Genova o all’assalto alla Scuola Diaz, all’uccisione dello studente Federico Aldrovandi o del giovane Stefano Cucchi. Ma anche a tanti altri abusi verificatisi durante manifestazioni, controlli e ispezioni (in Italia quanto all’estero) conclusisi, fortunatamente, in maniera meno tragica.

Questioni che macchiano indicibilmente la divisa dei poliziotti, costringendo molti altri, quelli onesti, a vergognarsene. Soprattutto quando all’interno delle stesse forze dell’ordine si verificano la mancata condanna, i depistaggi e le protezioni che impediscono alla giustizia di individuare i responsabili o addirittura il reato, consentendogli, in molti casi, di continuare le loro brillanti carriere. Viene spontaneo chiedersi, allora: senza i filmati sull’incursione alla Diaz, senza le telecamere del ristorante di Minneapolis, cosa sarebbe successo? Cosa succede quando le telecamere sono spente, i vicoli bui, le porte chiuse e i nostri occhi assenti o troppo distratti?

Questioni che diventano ancora più gravi e pericolose quando godono della legittimazione e della solidarietà preventiva delle istituzioni politiche prima e dell’opinione pubblica poi, nascoste sotto l’inquietante ombra della “sicurezza”. Penso a Trump che in occasione delle proteste per la morte di George Floyd minaccia di “schierare l’esercito” e “sparare sulla folla”. Penso a Salvini e ai suoi slogan “sempre dalla parte delle forze dell’ordine” o “di chiunque indossi una divisa” con cui ha più volte incitato gli agenti all’uso delle “maniere forti” e giustificato una serie di abusi, tra cui pestaggi nelle carceri o episodi di eccesso di legittima difesa che hanno causato morti assolutamente evitabili.

È da qui che tutto parte ed è da qui che tutto deve cambiare. Per poter respirare, riprendendo le parole di George Floyd, è necessario che le forze dell’ordine e le istituzioni sollevino il ginocchio e mollino la presa. Perché il problema non è quell’episodio, non è quel poliziotto, non è il razzismo degli Stati Uniti, o almeno non solo. Un primo segno di speranza sarebbe quello di schierarsi dal lato giusto, come quegli agenti che hanno avuto il coraggio di passare dall’altra parte, contro i colleghi, unendosi ai manifestanti in segno di solidarietà.

di Giorgia Scognamiglio

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