Fuori dalle favole: Lorenzo Crea si racconta

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I grandi eventi, la tv: un mondo luccicante, ammaliante, sensuale, appetitoso per la vanità di tutti. Chiunque si è immaginato almeno una volta su un red carpet per donarsi ai flash dei fotografi, o alla guida di un programma tv.

Un mondo dove tutto sembra ridursi a frivolo divertimento che frutta denaro. Poi arriva Lorenzo Crea e con elegantissima gestualità, tira giù quel drappo rosso che copre questo mondo fatato di lustrini e gin tonic per dirvi: “Assolutamente no, l’oro luccica, ma qui dietro si suda”. Lorenzo è venuto a trovarci nella nostra redazione e col suo piacevole carisma si è raccontato ai microfoni di Informare, in una intervista che non lascia spazio alle visioni fiabesche nel mondo della comunicazione. «Per me questo non è un mestiere, ma una passione, una vocazione e mi piace raccontarla qui perché credo che Informare rappresenti bene la mia definizione di giornalismo: un impegno civile, civico e di cuore» dice. Il primo articolo lo scrive a 14 anni per NapoliPiù, poi frequenta una trasmissione sportiva ed il regista gli chiede di tornare tra le sedie del pubblico. Anche grazie ad Alfredo Mariani si innamora della telecamera, tanto da ritrovarsi a trasformare la sua associazione “Giovani allo scoperto” in trasmissione tv. A 17 anni conduce, a 18 è pubblicista, a 21 professionista; il più giovane d’Italia all’epoca, tanto da suscitare incredulità delle forze dell’ordine in fase d’esame. Lorenzo nutre contemporaneamente passione per la politica, passione che paradossalmente, gli causa non pochi disagi: il fardello di “essere figlio di”, è un’arma a doppio taglio nel nostro paese. Cura la comunicazione del gruppo consiliare del PD a 24 anni come capoufficio stampa. Per chi è del mestiere, una follia. Attacchi, fango, Lorenzo non si ferma. Va avanti con la tv, prima con “Vita da Sud”, poi con “Visti da Vicino” dove realizza una delle ultime interviste a Marco Pannella.
Nel 2016 diventa il “dirompente direttore” di ReteNews24, ma capisce che quaggiù fare il giornalista e basta non funziona. Comincia a gestire ed organizzare eventi, e se l’amore è la ricerca di una metà, Lorenzo trova così la sua seconda metà professionale, dedicandosi alla comunicazione a 360°.

Dall’esterno è tutto così fiabesco, ma cosa c’è dietro?

«Tanti puntano il dito sul mio aspetto esterno, senza capire che questo lavoro  o si fa così, oppure non si può fare. Mi accusano spesso di pensare più al personaggio che alla persona, ma è una questione di distorsione del pensiero. Si fanno mille dibattiti sui social citando la famosa frase di Umberto eco che recita “i social hanno dato la parola agli imbecilli silenziosi”: è vero, ma gli imbecilli c’erano già prima. L’idea per cui i social hanno rovinato la società secondo me è una grande stronzata. Sono uno strumento utilissimo per chi fa questo lavoro, il problema è la distorsione di tale strumento; anche una pistola può essere utile in caso di legittima difesa, ma se questa viene utilizzata per sparare alla qualunque, quello stesso strumento diventa nocivo. È evidente che questo mondo sia fatto di lustrini e paillettes, ma nessuno sa quanto lavoro ci sia dietro anche solo un piccolo evento. Una tappa di Miss Italia in qualunque comune consente a circa dieci persone di tornare a casa con un euro in più, e in un paese dove soprattutto al sud sono carenti lavoro e sviluppo, non si può pensare di fare la guerra agli eventi dietro i quali ci sono persone che lavorano. Vanità e Narcisismo sono elementi sociali assolutamente legittimi. Le distorsioni di questo mondo mi sono note, ma senza di esso avremmo una società triste, più povera e se smettessimo di organizzare eventi non faremmo un buon servizio a quelle persone che di questo lavoro ne fanno il pane a tavola, ogni giorno».

L’etichetta principale che spesso viene data a questo ambiente è quella del “mondo sporco”, dove a lavorarci sono persone poco oneste. C’è chiaramente, come in tutte le cose, una generalizzazione di fondo…

«Spesso si dice la politica è fatta da persone disoneste e corrotte. Io conosco politici corrotti e disonesti, ma anche politici per bene. Se un medico non marca il cartellino o sbaglia un’operazione, tutti i medici sono incompetenti? Se un giornalista scrive il falso e lo fa di proposito, possiamo dire che tutti i giornalisti sono dei cialtroni? Io la chiamo “banalizzazione del male”, dimostra un aridimento del pensiero che non può essere arido e breve, ma lungo, profondo e deve cercare di andare oltre. Giudicare è sempre sbagliato, ancor di più se dall’esterno, senza andare oltre. Saremmo sempre dei maestrini dalla penna rossa. Gli eventi sono casse di risonanza naturali dove ognuno sale su un palcoscenico per essere ciò che vorrebbe essere. Questo non è un male assoluto, lo diventa quando nel mondo dello spettacolo le capre vanno avanti rispetto a ragazzi che al contrario possiedono un talento, è un male quando si utilizzano scorciatoie. La meritocrazia deve essere qualcosa per cui tutti si battono, ma coerentemente. Non bisogna rivendicare il principio meritocratico per fermare chi è più bravo di noi ed essere spettatori della vita altrui, ma essere protagonisti della propria vita e valorizzarsi. Spesso e volentieri chi critica con pregiudizio questo ambiente, lo fa perché non ha il coraggio di ammettere a sé stesso che vorrebbe farne parte, ma non ci riesce per pigrizia o timidezza».

Parliamo di Sanremo, dove tu sei stato nelle vesti di giornalista…

«Il mio più bel Sanremo, sono riuscito a fare esattamente quello che volevo fare, ovvero fare interviste che esaltassero il lato più vero degli artisti. L’aneddoto più bello è l’intervista che ho fatto a Morgan esattamente mezz’ora prima del casino sul palco, la trovate su YouTube. Dal punto di vista comunicativo Morgan è stato un maestro, nel merito ovviamente io non l’avrei mai fatto. Il risultato però qual è: un festival che per lui e Bugo sarebbe stato anonimo, considerato che la canzone non se la filava nessuno, si è rivelato un successo. Un altro stra-attaccato e che ho strenuamente difeso è Achille Lauro: c’è una parte del paese profondamente ipocrita e bigotta. Attaccano un performer straordinario, per me un genio, quando ha avuto il coraggio di rompere gli schemi. La critica ricorrente che si fa è “il festival è diventato una pagliacciata, la canzone italiana è morta”: il festival è la trasmissione che in assoluto rispecchia la società, se c’è una trasmissione che riunisce tutti davanti alla tv, ognuno con le sue idee, è il festival di Sanremo e i mondiali di calcio… e Montalbano –ride ndr. – È costato circa 20 milioni di euro, ne ha incassati di pubblicità e sponsor 37 milioni: dal punto di vista manageriale è stato un trionfo, ed è stato il festival più visto degli ultimi 15 anni. Il festival ha 70 anni quest’anno. Possiamo dire che in 70 anni il festival, la musica, la società, l’Italia non sia cambiata? Non possiamo dirlo. Sanremo ha seguito il cambiamento, l’evoluzione. Quel che resta sono i risultati, che sono positivi dal punto di vista commerciale, degli ascolti, e musicale: le prime tre canzoni potevano tranquillamente vincere il festival che è fatto in Italia, nel 2020 e voglio rimarcare anche il profilo generazionale nel fatto che i primi tre classificati sono giovani. Tutti dicono di far spazio ai giovani, ottimo, ma chi lo fa? Quando? I giovani oggi hanno riscoperto la bellezza di riprendersi propri spazi senza chiedere il permesso a nessuno, anche con mille difficoltà. Negli ultimi 15 anni, centinaia di migliaia di ragazzi hanno lasciato la Campania perché non hanno potuto mettere a frutto le mille competenze che hanno. Mi è sempre stato detto in maniera molto cattiva, nel corso degli anni, “ragazzino, sei un bambino”. “Moccioso” o “Moccoso” per dirlo alla napoletana. Non c’è mai stata una critica nel merito, ma all’anagrafe, come se il fatto che tu fossi più giovane ti togliesse un pezzo dei diritti civili: sei giovane? Nun può parlà».

Sfiorando la polemica Sanremese del famoso “passo indietro”, Lorenzo si lascia andare ad una bellissima considerazione sulle donne: «Sono cresciuto con l’esempio di una donna molto forte, e quindi la mia ammirazione verso le donne è stata sempre probabilmente superiore alla media. Mi accusano di essere troppo a favore delle donne, e tuttavia penso che oggi il protagonismo femminile sia molto importante, se però le donne riscoprono la loro funzione che non è né ornamentale, né stereotipata: la donna deve essere protagonista, perché è generatrice di esistenza, la donna è madre. Ma colei che si interpreta, e per marcare necessariamente la propria indipendenza ed emancipazione deve andare per forza al conflitto, commette un errore. La donna non ha bisogno di essere né oca, né guerriera, perché la donna è. Sia se fragile, sia se forte. È sia se piange tra le tue braccia, sia se ride tra le tue braccia. È sia se ti dica dei no, sia se ti dica dei sì. Non c’è bisogno di aggettivare la donna, perché nel momento in cui viene aggettivata abbiamo già sminuito il ruolo della donna nella società, a un uomo questo non accade. Un uomo che va con tante donne è un grande, una donna che va con tanti uomini è una puttana. Sbagliato. Un uomo ne ha diritto, e se non è fidanzato o sposato, al più commette una cosa grave dal punto di vista morale ed etico. Ma perché con una donna che fa la stessa cosa si fa subito presto ad appiccicarle sulla pelle un insulto? In riferimento al discorso di Rula, ti dico che non mi frega niente di come è vestita una donna. Se si valuta, pesa, considera, e si giudica una donna in base alla grandezza delle tette, essa possiede la facoltà legittima di giudicare gli uomini in base alle loro palle: è un gioco che io metto sul tavolo a titolo provocatorio, talvolta sbagliato. Quando riscopriremo la bellezza dell’essere in funzione sostantiva dell’apparenza sarà un bel giorno, perché per apparire bene bisogna essere qualcosa di buono, e bello: con la bellezza e col fascino te la cavi un quarto d’ora, poi occorre che tu sappia qualcosa. L’equilibrio sociale tra uomo e donna si avrà quando smetteremo di interrogarci sulle differenze sociali tra i due sessi, a partire dalle retribuzioni lavorative che no, continuano a non essere uguali».

Il drappo rosso è caduto. Definitivamente. Non lascia spazio ad alcun tintinnio di flûtes, niente musica assordante, interviste, red carpet, blue carpet, bei vestiti, persone autorevoli. Sul palcoscenico adesso Lorenzo è solo e nei suoi occhi non si rispecchia null’altro, se non quella luce abbagliante che appartiene solo ad una cosa: la verità, la realtà delle cose. Quante volte ci capita di ritrovarci quasi forzati a pensare “devo seguire il mio percorso, non deve interessarmi alcuna opinione altrui”. Paradossalmente, la nostra stessa determinazione nel voler perseguire un obiettivo diventa pesante, perché si fa molta più fatica quando ci si ritrova a doversi svegliare al mattino, lasciare che chiunque ci osservi durante la giornata si senta libero di attaccare sulla nostra pelle tutte le etichette che gli garbano, con gli epiteti più caustici, per poi tornare a casa e fare i conti col peso delle sentenze altrui. Lorenzo è figlio di Graziella Pagano, importantissima figura politica Napoletana a livello Europeo. In uno scatto Instagram scrive: «Il fatto di essere figlio di Graziella Pagano mi ha più penalizzato che favorito. Il figlio di un politico deve essere per forza, secondo qualcuno, un coglione. Quanto fango, quanti attacchi».

Facendo riferimento a quanto scritto, quello che è il dirompente direttore, l’uomo dalle mille energie che appare tanto straordinario quanto gli eventi che organizza, si mostra per ciò che è: Lorenzo apre inaspettatamente una parentesi molto intima e personale della sua vita ai microfoni di Informare.

«Io ho semplicemente ricevuto l’opportunità di incontrare persone che avrei avuto più difficoltà ad intercettare. Da quello ho tratto delle opportunità. Riconosco questa cosa, nel corso del tempo però ho riconosciuto anche che l’essere figlio di mia madre mi ha provocato più problemi che vantaggi, per due motivi: mia madre è una persona molto amata e rispettata, ma anche molto odiata, che si è fatta davvero da sola. Anche questo non è molto perdonato, perché quelli che ce la fanno sono sempre odiati. Chi la conosce la reputa una donna straordinaria anche in virtù di come ha affrontato la sua malattia, la ho vista fare cose incredibili. L’altro elemento è che giornalismo e politica, non è vero che vanno d’accordo. Si sfruttano tra di loro, ma si odiano. Un ragazzino figlio di politico che si mette a fare giornalismo è come un intruso, un cavallo di troia. Me la sono portata dietro questa ferita per molto tempo: io ho sempre amato il calcio, quando avevo 10 anni circa, andavo a scuola calcio ed ero anche bravino. Una volta un mio compagno di squadra si lamentò del fatto che avevo giocato qualche minuto più di lui perché ero raccomandato. Questo momento mi ha dato una grande rabbia, perché dicevo sempre “mia madre in campo non viene a giocare, se segno, se la mia squadra vince grazie ai miei gol, lo si deve a me”, e questa è stata un po’ la pima molla. La seconda molla è scattata con la tv, perché se conduci una trasmissione, gran parte del merito, se fa ascolti o meno, è tuo. Mi è sempre piaciuto camminare; amo camminare perché chi cammina tiene i piedi per terra. Il giorno dopo la messa in onda delle mie trasmissioni camminavo, e il numero di persone che mi fermavano per strada era il mio termometro costante, capivo se la trasmissione era stata seguita o meno. E anche lì mi dicevo “tua madre in tv non ci va, le interviste non le fa lei. Ti può passare un numero di telefono, ma se alla fine di una trasmissione arrivano i complimenti, arrivano a te”.
Le etichette mi danno fastidio, la strumentalizzazione in tv mi fa schifo, mi continua ad irritare la banalizzazione anche nei rapporti interpersonali. Qualche giorno fa ho scritto alla mia prima fidanzata, oggi sposata felicemente con un bambino, e le ho chiesto secondo lei come mi vedessero le donne. Lei mi ha risposto che serve uno spiccato senso della realtà per capire che non sono solo l’uomo delle Instagram stories. Questo per dirvi che sono state poche le persone che sono riuscite ad andare oltre. Questo ha costituito per me una sorta di senso di colpa per la mia complessità, mi sento una persona complessa tutt’ora. Vorrei essere più semplice, mi chiedo spesso se non si viva meglio da cretini, ma se fossi uno stupido, sicuramente non sarei qui a fare questa intervista meravigliosa».

di Daniela Russo
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°203
MARZO 2020

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