Franco Roberti: «Nei programmi dei partiti non si parla più della criminalità»

Franco Roberti

Presso Casa Don Diana, si è svolta la presentazione del nuovo libro “Il Cratere. Che fine fanno i ragazzi di camorra” di Gianni Solino. All’evento era presente anche l’ex procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, il quale ci ha concesso un’intervista su tematiche interessanti ed estremamente attuali. Insieme abbiamo riflettuto della sempre più forte inclinazione delle mafie ad addentrarsi nei sistemi della PA, ma abbiamo anche discusso dell’avvento alle elezioni politiche, con riguardo particolare verso i programmi.

Molti giudici hanno trovato estremamente preoccupante l’assenso di pezzi di Stato ad un rapporto economico con la mafia. Secondo lei quant’è reale questo disagio?

«È estremamente reale, anzi, per le mafie è una questione vitale, una questione di sopravvivenza, quella di rapportarsi ed inserirsi negli apparati della Pubblica Amministrazione. Le mafie non esisterebbero più da tempo se qualcuno all’interno dello Stato e degli apparati amministrativi, non avesse coltivato un rapporto con loro. Per le mafie è essenziale rimanere all’interno dei processi di gestione del denaro pubblico, per continuare a svolgere le loro attività di profitto illecito e il loro condizionamento della vita pubblica».

Come valuta allora le così tanto discusse liste elettorali? Il discorso sugli impresentabili è tornato ad alimentare numerosi scontri tra i partiti.
«Guardi, c’è un codice di autoregolamentazione firmato da tutti i partiti per impegnarsi ad escludere dalle liste tutti i così detti impresentabili. Che poi i partiti abbiano rispettato o meno questo codice non possiamo dirlo, perché, contrariamente alla scorsa tornata elettorale, la Commissione parlamentare Antimafia non ha potuto fare un riscontro sui registri “notizie di reato” di tutte le Procure, ciò perché a Parlamento sciolto la Commissione non ha più poteri di accertamento».

Il problema però è esistente.
«Sì, ma non è un problema penale, bensì è un problema etico e politico. Tu sai benissimo quando un soggetto è o non è contiguo alle organizzazioni mafiose. E i soggetti contigui alla mafia o che sono vicini a soggetti che sono indagati per associazione mafiosa, per me non dovrebbero essere candidati. Ma è una valutazione politica e non giuridica».

Il suo parere sul silenzio mediatico nei confronti del processo sulla Trattativa Stato-Mafia?
«Il processo sulla Trattativa è molto controverso, ha visto voci critiche all’interno della magistratura e anche dalla Procura di Palermo. Personalmente non credo che si arriverà alle condanne chieste dai pm ed il perché sta nell’accusa. Mi spiego meglio: il reato contestato (“minaccia in danno al corpo politico”). Che ci sia stata una grande porcheria questo non c’è dubbio! Ho ribadito l’anno scorso, in occasione dell’anniversario della sua morte, che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché se fosse diventato procuratore nazionale antimafia, la sua nomina sarebbe stata la pietra tombale sulla Trattativa Stato-Mafia. Di ciò ne sono certo. Sono certo che il fattore scatenante che ha reso esecutiva la morte di Borsellino sia stata la Trattativa. Mi sono spiegato?».

Sentenze della Cassazione hanno confermato il rapporto di collusione tra l’allora imprenditore Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Come si pone un magistrato davanti a questo scenario, soprattutto considerando il peso politico.
«Mi pongo con un senso di sconforto. Al di là di tutto c’è una sentenza definitiva di condanna a Marcello Dell’Utri, dove si attesta, si afferma e si dimostra, che Berlusconi pagò Cosa Nostra. Il fatto che un uomo che abbia commesso questi fatti e che sia stato anche condannato in via definitiva per evasione fiscale, possa essere ancora il leader riconosciuto di un partito importante nel nostro Paese, fa sorgere una domanda. Com’è possibile? In Italia non si parla mai della questione morale».

Cos’è scomparso nei programmi elettorali, Dottor Roberti?
«Sono scomparse tre questioni fondamentali all’interno dei programmi dei partiti: la questione morale, la questione meridionale e quella giovanile. Sono tutt’e tre intimamente connesse tra loro e connesse anche ad una quarta questione: quella criminale. Si è parlato di detassazione, di lavoro, ma mai delle grandi questioni di fondo. Bisognerebbe chiedersi perché non si parla mai di queste quattro grandi questioni».

L’intervista si conclude con questo forte invito alla riflessione. Per Gianni Solino la luce è rappresentata dalla scuola e la sua riflessione si estende alla macchina statale: lo Stato sta facendo qualcosa per far sì che il dominio dei clan non si ricomponga? Dopo lo smantellamento delle famiglie non c’è più altro da fare? Interrogativi nuovi che prendono forma tra le pagine di un “libro della legalità”, che ci riassume quale sia la vera forza della camorra in queste terre: intervenire dove lo Stato manca.

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 179 Marzo 2018