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La riforma dell’Esm, European Stability Mechanism (MES in italiano, Meccanismo Europeo di Stabilità), anche detto fondo Ue Salva-Stati, non è stata ancora finalizzata, ma è stata concordata a grandi linee nell’Eurogruppo dello scorso giugno.

Basta che solo uno Stato si opponga, e la riforma non passa. La bozza della proposta pone delle condizioni stringenti: il soccorso dell’ESM arriva solo dopo una verifica sull’indebitamento e su altri parametri.

La complicata ingegneria finanziaria dello European Stability Mechanism (ESM), una delle articolazioni più oscure dell’apparato burocratico comunitario, è diventata nelle ultime ore un tema del confronto politico, con accuse di alto tradimento arrivate dall’opposizione e governo in affanno.

La proposta di riforma del funzionamento di quel che viene ancora definito fondo salva Stati, anche se non è un fondo ma una vera e propria società per azioni con capitale proprio, merita di essere approfondita perché in gioco c’è il funzionamento del sistema di soccorso finanziario agli Stati in difficoltà.

Francia e Germania, con il sostegno di qualche altro paese del fronte del Nord (quello del rigore per intenderci), stanno cercando introdurre delle novità molto importanti, in quanto subordinano l’intervento ad alcuni requisiti, tra cui l’indebitamento, l’esposizione delle banche del paese ai propri titoli di Stato. In più, centralizzano le decisioni strategiche nelle mani di alcuni paesi di riferimento. La riforma si inquadra nel più vasto disegno dell’integrazione bancaria: i tedeschi hanno deciso di procedere e di provare a realizzarla sul serio, ma per alcuni stati, c’è il rischio di essere messi alle corde.

Per capire di che si parla, andiamo indietro di qualche anno.

L’ESM è nato nel 2012 in sostituzione del primo fondo salva Stati denominato EFSF. Il soggetto guidato dal tedesco Klaus Regling è dotato di un capitale proprio, sottoscritto ed in parte versato dai paesi partecipanti, sulla base di quote calcolate facendo riferimento a Pil e popolazione di ogni singolo paese. L’Italia è il terzo contributore, avendo versato circa 14 miliardi di euro. Ai primi due posti ci sono la Germania con 21,7 miliardi di euro e la Francia con 16,3 miliardi. Fino ad oggi l’ESM ha aiutato Irlanda, Portogallo, le banche spagnole, Cipro e la Grecia. Tutto è andato a buon fine e da anni l’ESM è stato attivo soprattutto come emittente di propri bond.

Nel corso dell’Eurogruppo del dicembre 2018 è partito l’iter di riforma dell’ESM, confermato poi nell’Eurogruppo di giugno 2019. Le modifiche dovranno essere approvate dall’Eurogruppo, poi dal Consiglio europeo del 4 dicembre/13 dicembre 2019. In caso di esito positivo occorrerà il voto del parlamento di tutti i singoli Stati membri tra cui anche quello italiano.

Cosa cambia in sintesi?
L’ESM diventa un organo non giuridicamente dipendente dalla Ue, avendo un suo proprio trattato istitutivo separato, la cui bozza è appunto in fase di approvazione.

L’ESM potrà erogare finanziamenti ai suoi membri mediante due forme di linee di credito (PCCL, linea di credito precauzionale ed ECCL, linea di credito a regime). Per accedervi, il debito dello stato membro sarà sottoposto ad un test di sostenibilità sulla base di alcuni requisiti tra cui: Deficit Pil sotto il 3% nei 2 anni antecedenti la richiesta; Debito/Pil sotto il 60% (o una riduzione della quota in eccesso negli ultimi 2 anni ad un ritmo di 1/20esimo all’anno. Nel caso in cui non venga rispettato uno dei prerequisiti sembrerebbe possibile la richiesta di ristrutturazione del debito. Qui è meglio essere cauti, in quanto nell’articolo 123B della bozza di trattato si fa riferimento genericamente ad un “private sector involvement”, solo in casi eccezionali.

L’ESM non avrà più a disposizione il Direct Recapitalisation Instrument, ossia non potrà più ricapitalizzare direttamente le banche come accaduto nel caso spagnolo, ma potrà solo finanziare il Single Resolution Fund (SRF), il fondo istituito dalla Ue e finanziato con versamenti da parte delle banche per risolvere casi di banche in difficoltà. Questo nuovo sistema, definito Common Backstop, entrerà in vigore al più tardi dal 1° gennaio 2024, ma potrebbe essere introdotto anche prima, a condizione che le banche si impegnino nella riduzione delle sofferenze. L’ESM prenderà le sue decisioni con il criterio della maggioranza qualificata dell’80%. Questo comporta che solo la Germania o la Francia hanno un diritto di veto, essendo gli unici due paesi con un peso superiore al 20%.

Vengono introdotte le CACS (clausole di azione collettiva su eventuali modifiche dei termini di pagamento di un bond) nella forma single-limb su tutti i titoli governativi emessi dal 1 gennaio 2022. Si tratta di CACS diverse da quelle attualmente vigenti sulle emissioni da gennaio 2013, essendo queste delle clausole double-limb. Proviamo a spiegare. Con le CACS double- limb, in caso di richiesta di ristrutturazione, si vota su ogni serie o ISIN di emissione di titoli di stato, più un altro voto per l’insieme dei titoli coinvolti nella proposta di ristrutturazione. Con le CACS single-limb invece con un singolo voto si può ristrutturare l’intero debito. Speriamo di essere stati chiari.

 

di Nicola Dario

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