editoriale gennaio

EDITORIALE – Nessuno è libero di essere un gambero

Antonio Casaccio 05/01/2023
Updated 2023/01/04 at 11:26 PM
5 Minuti per la lettura

Il 2022, che ci ha lasciato, ci solletica per riflettere su quanto accaduto in un anno di pura transizione. Dal primo governo di centrodestra dopo Berlusconi (ma con lui ancora dentro) al sangue che si sta spargendo in Ucraina, per una guerra che cambierà gli equilibri internazionali. In uno scenario di incertezza sul futuro, siamo costretti a guardare avanti perché, come affermava Nietzsche, “Nessuno è libero di essere un gambero”, nessuno può camminare all’indietro perché siamo costretti a proiettare lo sguardo in avanti. Farlo significa dare peso a chi rappresenta il divenire: le nuove generazioni. Ecco perché vogliamo iniziare quest’anno dando voce ai temi legati ai giovani, partendo da una tragedia inaccettabile.

Se sei un ragazzo campano sei abituato a salutare amici e affetti che fanno le valigie e vanno via. C’è chi va all’estero per completare la propria formazione, affinandola, per poi non fare più ritorno; chi va via perché qui non tutti lavoriamo con uguali diritti e dignità, perché i centri dell’impiego non funzionano, le aziende vedono il ragazzo utile ad uno sgravio fiscale momentaneo e perché in alcuni comuni è proprio difficile spostarsi per lavorare se non si ha una macchina. Una serie di difficoltà concatenate che hanno creato un pellegrinaggio verso altre terre, in quell’Italia che si fonda sul lavoro. Questa è solo una parte del paradosso.

Perché se la cantilena del diritto al lavoro in Italia è diventata l’ancora a cui aggrapparsi per una parvenza di difesa, sulla questione dell’emigrazione giovanile resta un nodo chiave: ma se noi andiamo via, chi li cambia questi territori? L’Italia non è solo fondata sul lavoro, ma sull’amore per la propria terra, sulla passione che mobilitò i nostri avi per difendere le proprie radici. La nostra generazione, influenzata dalla comunicazione transmediale, esprime ogni giorno, in forme sempre più diverse, delle sensibilità politiche e sociali volte alla tutela dei luoghi che abitiamo. Questa voglia di cambiare e di trasformare scompare un pezzo alla volta in ogni paesino abbandonato da un giovane che prende quel treno, costretto a voltare le spalle ad amici e ad una casa da proteggere. La mentalità di cui tanto ci lamentiamo potrà cambiarla solo questa generazione capace di utilizzare strumenti tanto innovativi quanto rivoluzionari, ma se ogni giovane espressione di questa tendenza è invitato a lasciare casa sua, come possiamo credere nella speranza dei nostri comuni?

È facile dare la colpa a quel ragazzo: “Se tutti fanno come fai tu qui è la fine”. Gli articoli che compongono questo numero vogliono dar voce all’amore di quei giovani, per far comprendere la densità del calvario occupazionale e accademico in cui abbiamo riversato il futuro di questo Paese. Risulta molto più difficile prendersela con una classe dirigente che quotidianamente esprime la chiara volontà di evitare politiche pubbliche volte a lavorare per una prospettiva a lungo termine. Se la classe politica e la società civile non si accorgono di questa tendenza sarà troppo tardi, con lesioni profonde al tessuto sociale del nostro Paese. Volevamo dedicare la copertina all’Italia con un messaggio di speranza, come nel nostro stile. Oggi da giovani ci troviamo in seria difficoltà nel vedere prospettive concrete da un Paese che dà poche garanzie, da uno scenario internazionale in procinto di cambiare i suoi rapporti di forza e da una crisi economica incombente.

Abbandonare anche noi tutto e tutti? Mai. Finché ci saranno cittadini a credere e adoperarsi per un cambiamento che parta dal basso, di sconfitta non si parlerà mai. Siamo costretti a guardare il futuro negli occhi, affrontandolo con le esili spalle e il petto gonfio di chi non può permettersi di indietreggiare, perché ogni passo indietro è uno verso la resa. La speranza dev’essere un motivo di riscatto e non ultimo appiglio per i disperati.

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