EDITORIALE | Maggio 2020 – Inconsapevole distanza

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Qualcosa è cambiato e non ce ne siamo nemmeno accorti. Tanto, troppo è cambiato per milioni di persone che andranno a formare la silenziosa categoria dei “nuovi poveri”, gli ultimi della classe che nessuna crisi ha mai risparmiato.

A fronte di ciò, della storia che abbiamo già visto, delle conseguenze che già sapevamo, io mi chiedo: di quale distanza stiamo parlando? Perché io conosco una distanza sociale che è nata prima del virus e che divide un’opportunità dal fallimento, separa milioni di uomini segati da infinite disparità; una voragine nella quale sono caduti i principali diritti sociali garantiti dalla nostra Costituzione.
La distanza di cui parlo, nell’emergenza coronavirus, ha separato una delle migliori classi mediche al mondo da una gestione responsabile ed equa; parlo di quella forbice che trafigge una famiglia in cui la voce “scuola digitale” non rientra tra le voci economiche da poter ottemperare. È stata una distanza creata negli anni, quella tra “o brav ‘omm” e quello che molti definiscono “l’omm e miezz a via”, che paga giustamente le pene di un carcere che ha dimenticato la rieducazione, ma che ha aperto le porte al passaggio del camorrista Pasquale Zagaria. Questa distanza che non abbiamo mai compreso esisteva da anni.
La sentiamo forte perché stavolta ci ha toccato la carne, ci ha estraniato dalla nostra quotidianità e dai nostri cari, ma io continuo a chiedermi: da quanto siamo realmente distanti? Oggi in Italia i limiti emersi dalla sanità, dal sistema penitenziario, dal sistema economico e dalla scuola risultano lampanti.
Fanno luce su quel vergognoso assenso di cui tutti eravamo complici, stregati dalla presunzione che al di là di casa nostra ci fosse un mondo che correva all’impazzata, senza mai possedere lo slancio empatico di voltarci per vedere se quel mondo, oggi lontano, avesse mai lasciato qualcuno indietro nella sua folle corsa.
Non ci sentivamo più parte di una comunità in cui l’azione di ognuno poteva avere una buona influenza sulla vita dell’altro, molti tiravano avanti per la propria strada e l’odio sembrava spesso prendere il sopravvento; paradossalmente, eravamo più divisi di oggi.
Questa distanza ci ha aperto un po’ gli occhi, magari per alcuni è stato il momento di tornare a sentire e di mettere a fuoco le ingiustizie che abbiamo affrontato in questo pessimo periodo.
Non voglio non credere in una presa di coscienza che dovrà diminuire quelle distanze imposte dall’odierna società, ma che abbiamo assecondato, fregandocene.
Il domani che sogno deve essere monito di una consapevolezza che nasce dal basso, da quella massa di “distanti” che dovranno avere la forza di condividere dolori e paure per rialzarsi insieme: come la natura, e non il potere, vuole.

di Antonio Casaccio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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