Dijana Pavlović: l’impatto del Covid nelle comunità Rom e Sinti

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L’emergenza Covid-19 ci ha presi tutti alla sprovvista, ci ha resi vulnerabili e impotenti. Tuttavia, si sa, non è lo stesso per tutti. C’è una fascia della popolazione che a causa di condizioni igienico-sanitarie precarie, emergenza abitativa costante e lavori spesso informali, è estremamente esposta e fragile. Ancor di più perché invisibile alle istituzioni, ai media, ai cittadini. Si tratta delle comunità Rom e Sinti. A parlarci dell’impatto del Covid su queste comunità e le relative tutele messe o meno in atto, è Dijana Pavlović, attivista per i diritti umani e rappresentante del Movimento Kethane – Rom e Sinti per l’Italia.

In Italia, ci sono circa 20.000 Rom che vivono in campi formali o informali. Isolati e sovraffollati. Che impatto ha avuto e sta avendo il Covid su queste comunità?

«Sul piano sanitario sono stati dei supereroi. Ci sono stati dei casi, ma grazie alla loro responsabilità non abbiamo avuto grandissimi focolai nei campi, che sono quelli per i quali temevamo tutti, dove effettivamente una fetta della popolazione vive in condizioni precarissime, senza acqua potabile, elettricità o fognature».

Più tragica è la questione economica e, strettamente connessa, quella lavorativa

«Tutto quello che è stato il lavoro precario e informale delle nostre comunità è svanito: la raccolta del ferro, il riciclaggio dei materiali, la vendita ai mercati. A questo, poi, si aggiunge la grave crisi dello spettacolo viaggiante: un settore annullato, quello più bello della nostra storia, cultura e tradizione. Gran parte delle persone che fanno spettacolo viaggiante – i sinti – non lavorano dall’ottobre del 2019, quando hanno concluso l’ultima stagione, e continuano a pagare anche da fermi i mezzi pesanti, le assicurazioni, la manutenzione, il suolo pubblico, senza avere aiuti adeguati».

Emblematiche sono le tensioni scoppiate a giugno a Mondragone, tra la comunità bulgara dei palazzi ex-Cirio e gli altri residenti, quando alcuni membri della comunità hanno violato la zona rossa per protestare o recarsi a lavorare nelle campagne.

«Lì è scoppiato un disagio sociale generale e come sempre si è data la colpa agli ultimi arrivati. Anche se si parla di sfruttamento, di racket, di gente che arriva dalla Bulgaria e lavora per 2 o 3 euro l’ora nei campi insieme agli immigrati e a tutta una fascia della popolazione ricattabile e invisibile».

Poi c’è la questione scolastica, forse la più importante insieme alla quella lavorativa per le sue conseguenze a lungo termine.

«I dati di un’indagine realizzata con Swg ci dicono che durante il primo lockdown il 40% dei bambini che frequentava la scuola non è stato contattato dalle scuole neanche una volta. L’altro 60%, per mancanza dei devices e della connessione, non ha potuto svolgere come gli altri la didattica e partecipare alle videoconferenze».

Nonostante la risaputa vulnerabilità di queste comunità, pare non siano state previste misure di tutela o programmi di aiuto ad hoc

«Lo Stato ha affidato tutto a livello locale, ai Comuni, che non sono stati in grado di occuparsi per lo meno delle comunità Rom e Sinti. Molti sono stati sistematicamente esclusi dalla distribuzione degli aiuti. A Rimini, ad esempio, la comunità Sinti è rimasta senza pacchi alimentari: il Comune ha ricevuto meno soldi e loro, ovviamente, erano in fondo alla lista. Alcuni a causa del lockdown si sono ritrovati bloccati in comuni diversi da quelli di residenza senza assistenza minima. Oppure, durante la distribuzione dei pacchi di Natale sono stata assalita da donne che mi chiedevano disperatamente uno shampoo. Non c’è nessuno che ne parla e nessuno che se ne occupa, se non qualche associazione, che di regola non si può occupare di tutti».

Non solo, come evidenzia il rapporto del Centro europeo sui diritti dei rom, la macchina degli sgomberi forzati è proseguita.

«Le azioni di sgombero in questo periodo non solo ci sono state, ma sono passate totalmente inosservate. A Gallarate abbiamo una comunità di 20 persone con una decina di bambini che vive senza elettricità, durante l’inverno. Ho fatto veramente grande fatica ad attirare l’attenzione su certe situazioni, ma non ci sono riuscita».

In certi casi, sono stati adottati comportamenti forse discriminatori. Penso ai campi messi in quarantena anche in presenza di un solo caso Covid. Oppure, il caso del campo di Secondigliano, diventato a dicembre zona rossa con l’esercito a presidiarlo per evitare ingressi e uscite: insomma, una misura un po’ diversa dall’auto-isolamento predisposto per i casi registrati in condomini e abitazioni.

«Non abbiamo indagato molto e abbiamo sbagliato. Un conto è scoprire un focolaio, fare dei tamponi e mettere in quarantena chi è negativo, un conto è segregare, chiudere e sequestrare un intero campo o quartiere. A Secondigliano, gli abitanti sono stati segregati tutti insieme – positivi e negativi – e controllati da carabinieri, polizia e esercito. È stato previsto un presidio medico all’interno, ma da quelle che sono le nostre fonti e testimonianze è stato totalmente irresponsabile e ha creato una grande confusione con i tamponi».

Un esempio di mala gestione che può portare alla violazione di diritti fondamentali, fino a vere e proprie tragedie. Il 9 dicembre, all’interno del campo, Anna, donna di 32 anni e madre di 6 figli, è deceduta. Secondo le testimonianze, il giorno della sua morte, l’esercito avrebbe impedito ai familiari di uscire per portarla d’urgenza al pronto soccorso.

«Quello che sappiamo è che per una settimana, da quando è tornata dall’ospedale per un parto, chiedeva di farsi visitare in ospedale perché non stava bene. Il medico del presidio del campo l’ha visitata e le ha prescritto medicine contro il Covid, nonostante non fosse positiva. Il fatto che le sia stato impedito anche il giorno della morte di essere accompagnata al pronto soccorso deve essere ancora dimostrato e del resto la parola di un poliziotto vale più di quella di 100 rom, ma io mi fido dei racconti che mi vengono fatti da tante persone che vivono lì».

Sono scelte come questa che vanno ad alimentare la narrazione dei Rom come “untori del virus” o più in generale come una minaccia, da tenere sotto controllo ad ogni costo.

«Non è altro che l’amplificazione massima di quello che succede in situazioni di normalità. Stiamo oscillando da una non curanza totale da parte delle istituzioni a un accanimento discriminatorio. Era scontato che così sarebbe stato e così è stato. Le conseguenze non sono solo la mancanza di cibo e di assistenza. La discriminazione è maggiore e c’è anche una questione psicologica, che ci accomuna un po’ tutti, ma che si presenta ancor di più in queste situazioni di vulnerabilità e isolamento».

Le speranze per tutti adesso sono due: la campagna vaccinale e il Recovery Plan… o forse no

«Nella strategia dei vaccini non è stata considerata la presenza di fette della popolazione a rischio non tanto per le condizioni di salute, ma per quelle socioeconomiche e abitative. Vivere in comunità è molto diverso che vivere in un condominio. Penso non solo ai campi informali, ma ai centri di accoglienza, le baracche, i senzatetto… sono condizioni che dovrebbero essere considerate. Anche per il Recovery Plan, forse sarebbe stato il caso di aprire una consultazione con la società civile rispetto alle criticità prima di scriverlo. Non si può non tener conto di problemi sociali che c’erano già prima ma che sono scoppiati totalmente in questo periodo. Non si può non tener conto di 40 o 50 mila bambini – i cittadini di domani – rimasti isolati dal sistema scolastico per un anno. Più gente rimane fuori, emarginata, più le conseguenze a lungo termine sul tessuto sociale ed economico del Paese saranno tragiche».

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°214
FEBBRAIO 2021

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