Dentro l'Albergo dei Poveri: le cose ritrovate raccontano la città

Dentro l’Albergo dei Poveri: le cose ritrovate raccontano la città

Sara Marseglia 12/02/2026
Updated 2026/02/12 at 10:08 AM
4 Minuti per la lettura
Albero dei Poveri

Da più di 250 anni, l’Albergo dei Poveri sovrasta piazza Carlo III. Passando per le strade affollate, è difficile non rimanere impressionati dalla grandezza dell’edificio che, nel progetto dell’architetto Ferdinando Fuga, doveva essere il più grande d’Europa. Negli ultimi quarant’anni, ha assolto questo ruolo silenziosamente: dopo il terremoto dell’80, infatti, l’Albergo è stato chiuso al pubblico, a causa dei danni riportati. Una serie di piani naufragati è arrivata fino al presente, quando, tra il 2021 e il 2023, il premier Mario Draghi prima e il ministro della cultura Sangiuliano poi, confermano il restauro e la rigenerazione dell’Albergo dei Poveri. Dal 2026 ospiterà archivi e le sale di lettura della Biblioteca nazionale, gli uffici e gli spazi espositivi e congressuali del Comune di Napoli, attività commerciali e per la ristorazione, parte della collezione del Museo archeologico diNapoli (MANN), spazi polifunzionali per la collettività, aule e uffici amministrativi per l’università.

Un tuffo nel passato

Il Comune di Napoli ha inaugurato un programma di mostre ed eventi che si sono intrecciati alla fine della rassegna Napoli 2500, “compleanno” festeggiato dalla città a dicembre. “Ancora qui. Prologo. L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose”, a cura di Laura Valente, permette di accedere in anteprima ad alcuni spazi del Real Albergo dei Poveri. La mostra sarà visitabile fino al 2 marzo 2026 gratuitamente e offre ai visitatori un’occasione per ripercorrere le tappe dell’edificio, grazie alla copresenza di opere artistiche e reperti materiali riemersi durante i lavori. Entrati nella lunga sala che ospita la mostra, la sensazione è quella di un tuffo nel tempo: le vecchie scarpe, i letti spogli addossati sulle pareti, piccole foto e un quantitativo di documenti che lascia intendere una burocrazia elefantiaca.

Per facilitare e acuire la sensazione di immergersi in questo tempo lontano, la sala è immersa in una colonna sonora firmata da Massimo Cordovani, sintesi di voci d’archivio e suoni contemporanei: risate riecheggiano da lontano mentre il visitatore si immerge nelle storie di chi nell’Albergo ci ha vissuto. Nel frattempo, si susseguono le spiegazioni sulla funzione socio-economica della struttura: nei fogli di sala si può leggere dei primi indigenti ospitati, dell’introduzione delle scuole dell’arte, degli investimenti da parte di famiglie importanti che sostengono un modello di inclusione sociale “che insegna a saper fare”. Se a livello teorico, questo parlare di modelli, mestieri e inclusione appare non solo utile, ma anche desiderabile, dopo una rapida occhiata attorno e un piccolo sforzo d’immaginazione, il visitatore comprende la dissonanza tra quanto appena detto e la vita degli antichi residenti dell’Albergo dei Poveri.

L’intimità degli oggetti

Le opere, poi, aiutano a rievocare la dimensione intima degli oggetti materiali: Norma Jeane, Antonella Romano, Viola Ardone con un racconto originale e, infine, Mimmo Jodice accompagnano il pubblico in un’attività memoria storica e collettiva. La memoria è, in effetti, il tema principale della mostra, una riflessione sul passato che aiuta a vedere il presente con occhi presenti, più critici. La curatrice Laura Valente ci ha detto a proposito: «È il prologo di un percorso di ricerca e di racconto: un cammino che parte dalle cose ritrovate, un invito a riconoscere che la memoria non è mai conclusa ma continua a formarsi e a parlare nel tempo, attraverso ciò che resta. Un lavoro che si costruirà, passo dopo passo, con nuove scoperte, nuovi sguardi, nuove memorie. Perché ogni oggetto, ogni traccia, ogni segno di vita è ancora qui. E continua a parlarci».

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