Danilo Vitolo – la battaglia al virus e all’ignoranza

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25 anni, un’età che dovrebbe vedere le grandi responsabilità ancora un po’ lontane, un’età che dovrebbe permetterti di essere ancora spensierato. Ma questa è anche l’età di Danilo Vitolo, infermiere castellano che oggi combatte in prima linea in una struttura covid in Abruzzo.

Qualche giorno fa, date le manifestazioni dei vari “no mask” “no vax” che sembrano essersi inquietantemente uniti in una gran poltiglia di ignoranza, Danilo ha scritto un post su Facebook, dove esprimeva tutta la sua giustificata rabbia nei confronti di queste persone. Le sue parole sono state forti ed è più che giusto dare una voce a Danilo e ascoltare la sua opinione in merito.

Danilo come mai ti sei trovato proprio in Abruzzo a svolgere il tuo compito?
«Io mi sono laureato a marzo di quest’anno e come è consuetudine ho cominciato a mandare in giro un po’ di curriculum. Semplicemente ho fatto un colloquio qui in Abbruzzo e in seguito ho deciso di rimanere».

Nonostante le innumerevoli precauzioni che tu e i tuoi colleghi adottate per non contrarre il virus ci sono ugualmente dei pericoli seri per la vostra salute?
«Assolutamente, un mio collega si è contagiato ad aprile e ne conosco molti altri che non lavorano nella mia stressa struttura che hanno contratto il covid nonostante le precauzioni. Andiamo in contro al pericolo più grande quando ci svestiamo e rischiamo il contagio per colpa del virus che potenzialmente ci si è attaccato sulle tute».

A livello psicofisico come stai vivendo questa situazione?
«Male, male (dice ridendo amaramente). Come un po’ tutti io mi sento recluso in casa. Ma cosa più importante, come avrai potuto leggere, sono molto arrabbiato. A marzo non eravamo preparati e non ce lo aspettavamo, pertanto le reazioni delle persone potevano ancora essere accettate, ora invece no. Non ti nego che anche io questa estate mi sono concesso qualche serata di svago in spiaggia, ma la differenza tra me e i miei amici e gli altri era che noi ci sedevamo in un tavolo isolato a bere qualcosa con massimo quattro persone. Gli altri invece non avevano alcun tipo di scrupolo mentre si ammassavano, magari anche senza mascherina».

Una delle motivazioni più becere a sostegno delle teorie dei no vax e no mask è che non hanno mai visto o conosciuto persone contagiate morire. Tu che sei a contatto con questa terribile realtà cosa puoi raccontarci?
«Io ho lavorato in una struttura covid di secondo livello, pertanto non sono stato a contatto con le terapie intensive. Da noi arrivavano pazienti positivi che un attimo prima stavano bene e un attimo dopo avevano gravi problemi respiratori. Confrontandomi con altri colleghi ho sentito di persone di 35/40 anni morire di punto in bianco».

Per quello che hai potuto vedere, secondo te, come si sta comportando il popolo castellano e in generale gli abitanti del sud Italia?
«Durante la prima ondata i campani se la sono cavata sicuramente bene. Quelle che proprio non riesco a perdonare sono le vacanze. Non è concepibile che in questa situazione la gente abbia pensato a viaggiare. Nonostante avessi una vacanza pronta ad aprile ho dovuto rinunciarci e quest’estate avevo sia il tempo che la possibilità economica per permettermi una vacanza ma, inutile dirlo, ho rinunciato anche a quella. Se per un anno non si va in vacanza non succede nulla. In molti locali ho visto i camerieri inseguire e pregare gli avventori di distanziarsi e indossare la mascherina. In altri, purtroppo, non è stato così».

Nonostante ciò che si pensa questo virus rappresenta un pericolo anche per i giovani, che consiglio ti senti di dare ai ragazzi?
«Non mi sento in condizioni né di dare consigli né di dispensare morale, ma quello che posso consigliare è di sacrificarsi. Consiglio persino di uscire ai miei coetanei ma con le giuste precauzioni e la dovuta coscienza».

Queste le parole di un ragazzo come tanti altri che vuole solo il bene della società, una società fatta anche di persone che cercano di autodistruggersi.

di Giuseppe Spada

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