L’arte è comunicazione. È riuscire a trasmettere la bellezza di un secolo e a plasmarla negli altri a venire, essendo sempre contemporanea, nonostante la sua originalità. L’arte è la cultura e la cultura è ciò che riesce ad unire popoli, a renderli fratelli e a farli vivere nella più gioiosa armonia. Il Jambo 1 di Trentola Ducenta da anni porta avanti il progetto di inserire, all’interno del centro commerciale, delle mostre di quadri per far sì che l’arte e la cultura siano sempre più vicine alle persone; per far sì che tutto questo diventi un bene comune, fruibile a tutti. Dal 21 febbraio al 21 aprile 2022, arriva al Jambo la mostra “Ritratti di donna. Grazia e Tormento nella pittura barocca” a cura del Presidente della Fondazione Meeting del Mare C.R.E.A., Don Gianni Citro.
La mostra, che può essere visitata da tutti gratuitamente, ha come tema centrale la figura della donna rappresentata dai più grandi pittori dell’arte barocca da Andrea Vaccaro a Pacecco De Rosa, Francesco De Mura e tanti altri grandi maestri europei del ‘600. «Questa mostra – afferma l’amministratore unico del Jambo 1 Salvatore Scarpa – pone al centro dell’interesse sociale, civile, legale, il tema della donna e del patrimonio inestimabile della sua libertà, della sua dignità e della sua bellezza come linfa del mondo. Le grandi eroine del passato, protagoniste delle storie dei dipinti in mostra, le loro vittorie e anche le loro sconfitte, testimoniano l’enorme attenzione che l’arte, da sempre, riserva alla figura della donna». Una mostra in continuità con la mission del Centro Commerciale Jambo1 e del dott. Scarpa, il quale si adopera per un recupero economico e culturale di un bene sottratto dallo stato al clan dei casalesi.
«Con questo evento di gran valore sociale e umanitario – sottolinea il dott. Scarpa – vogliamo accendere un riflettore potente sull’universo meraviglioso del ruolo della donna nella società contemporanea e rendere un omaggio d’amore a tutte le donne che sono vittime di soprusi e di violenza, con un pensiero speciale a quelle splendide creature a cui è stata rubata la vita con ferocia inaudita». Una mostra che completa la trilogia di eventi realizzati e curati dal Presidente della Fondazione C.R.E.A., che prende origine dalla prima mostra “Oltre la notte”, che prosegue con “Mater” e che adesso si conclude con “Ritratti di donna”. Una trilogia di mostre che «si struttura come i drammi antichi e ne conserva la loro altissima funzione pubblica, sociale, culturale e liturgica», spiega Don Gianni Citro che continua nella nostra intervista.
Da dove nasce “Ritratti di donna”? È in correlazione con “Mater”?
«La mostra “Mater” era un progetto di arte antica di due anni fa, composto da 25 dipinti sul tema della maternità e, in modo particolare, nella storia sacra sulla figura di Maria e di Eva. Questo progetto “Ritratti di donna” è in continuità con la proposta di far sperimentare ai clienti del Jambo degli eventi di pittura antica, ma è incentrato maggiormente sulla figura della donna e non della madre.
Di certo c’è un’affinità con la madre, ma è, nello specifico, focalizzato sulla figura della donna così come è stata vista e interpretata dalla pittura barocca nella mitologia, nell’epica e nell’arte sacra. Si tratta di una galleria di ritratti di donne che vanno da figure mitologiche, alla sibilla cumana, all’allegoria di Flora fino ad arrivare ad Agar, alla samaritana e a figure di martiri».
Sono tutti ritratti di donna, ma oltre la femminilità, qual è il filo conduttore che lega tutti questi ritratti?
«La mostra ha un legame molto chiaro: punta dritto al cuore e ai valori e alle passioni, ponendo l’attenzione sulle caratteristiche fondamentali dello spirito della donna e del ruolo della donna nella società, nella cultura e nell’arte. Infatti, la mostra si chiama “Ritratti di donna. Grazia e tormento nella figura barocca”; ciò che lega tutte le figure, oltre a essere l’appartenenza ad una stagione dell’arte del ‘600 barocco è l’elemento della grazia e il tormento. Il primo, al punto di vista artistico è una grande nota espressiva; mentre il secondo è un elemento dell’esistenza, un elemento del dolore umano che è un altro filo conduttore che lega le figure mitologiche, storiche e bibliche. Non c’è grande differenza quando si tratta di essere chiamati a sperimentare la realtà durissima del dolore e del tormento tra una figura dell’immaginario mitologico antico e una figura dell’arte sacra. Questo per dire come la donna è sempre la stessa e porta lo stesso bagaglio di valori e di passioni da qualunque punto di vista venga raccontata».
Dunque, quadri che rappresentano l’essenza di una donna nell’immaginario comune. Mostrano una grazia apparente e poi, una volta scoperta la storia che si cela dietro l’opera, si scopre il dolore ed il tormento…
«Assolutamente sì. Spesso si tratta di un tormento nascosto dalla grazia che, poi, quando si entra nella storia di certe donne si arriva alle ragioni profonde di sofferenza».
Mi puoi citare un quadro con una storia simbolo?
«Un quadro bellissimo di Paolo Finoglio, pittore di formazione napoletana della prima metà del Seicento, che è “Agar cacciata da Abramo”. La storia narra di Abramo non poteva avere figli da Sara (la sua sposa legittima) per cui pretende ed ottiene un figlio dalla sua schiava Agar. Nel momento in cui riuscirà ad avere un figlio da Sara, suo figlio legittimo, lui caccia dal suo accampamento Agar ed il figlio Ismaele. La scena rappresenta dunque questa donna usata per partorire e poi cacciata via insieme al figlio piccolo e innocente. È un dipinto che manifesta una grazia commovente che è il racconto di un tormento assurdo: quello di una donna che non è stata rispettata nella sua dignità, ma è stata solo usata per una funzione».
Dunque, un chiaro esempio di quanto questi dipinti ed il loro bagaglio emotivo, possono essere trasportati nell’attualità…
«Tutti i dipinti antichi sono contemporanei, in modo in particolare i dipinti di questa mostra. Come possiamo vedere l’immagine chiave di questa mostra è Lucrezia romana, la donna che si toglie la vita per essere stata violata nella sua fisicità e nella sua libertà di donna. Le storie, i modelli di vita, in realtà sono i racconti di quello che le donne vivono e subiscono soprattutto nella quotidianità; l’uomo non è mai cambiato nell’intimità. Sono successe tante cose nell’evoluzione umana e storica, tecnologico-scientifica, ma in fondo, per quanto oggi le leggi e i diritti ci garantiscono molte più cose (si parla molto di lotta alla violenza di genere, ad esempio), lo spirito umano continua ad essere segnato da istinti spesso nefasti nei confronti della donna».
Da Andrea Vaccaro a Francesco De Mura a tanti altri grandi della pittura tra il ‘600 e ‘700 che di solito ammiriamo nei più grandi musei d’Italia. Molto spesso, però, i musei sono visti come luoghi noiosi a differenza di un Centro Commerciale. Quanto è importante dunque sfruttare questi luoghi per sensibilizzare le persone all’arte?
«Io credo che sotto questo aspetto quello del Jambo e della fondazione CREA, sia stato un esperimento di eccezionale valore. La formula immediatamente si è mostrata vincente, di grande successo ed efficacia a livello emotivo e formativo culturale. I musei vengono sempre concepiti come dei luoghi “sul promontorio”, poco fruibili e raggiungibili dal punto di vista concettuale. Questo, invece, è un concetto che inverte il discorso: il luogo della cultura va incontro alla gente. Fa parte di un’azione di divulgazione della cultura che si rende sempre più necessaria. Oggi in tema di diffusione delle notizie, solo una minima percentuale tocca temi squisitamente culturali e per il resto è un’informazione spesso funzionale e volta a fare numeri e non a fornire all’utenza degli elementi di crescita e di bellezza veri. Quindi credo che sia, quella del Jambo, un’operazione missionaria dal punto di vista culturale e profetica che prende l’arte più alta e la porta dove la gente trascorre e vive il quotidiano».
Il Jambo è un luogo confiscato alla camorra e, contemporaneamente, sappiamo che le opere d’arte sono tra i più grandi business mafiosi. Portare l’arte e la bellezza in questi luoghi, che significato ha?
«Ha un significato di riscatto. La cultura è sempre riscatto. La cultura restituisce libertà a persone che sono perse a livello sociale ed economico e la formazione culturale e l’esperienza dell’arte fa percepire in maniera concreta quali sono le vie di legalità che le comunità sono chiamate a percorrere in una società civile. Il Jambo è in un territorio popoloso, ma in un’area di cui nel mondo si parla solo per cose negative. Io credo che la cosa più importante sia far parlare dell’agro aversano per cose belle e costruttive che fanno crescere la comunità e non le infangano. Credo che sia fondamentale raccontare questo territorio attraverso esperienze di bellezza».
Di fondamentale importanza, dunque, far rivivere la bellezza in luoghi in precedenza dominati dalla camorra. Al Jambo 1, simbolo di riscatto sociale, si respira aria di libertà, aria di cultura. Ed è proprio grazie all’arte e alle attività culturali, diventate ormai il motore di questo Centro Commerciale di Trentola Ducenta (CE), che si dà spazio al grande potere comunicativo e educativo di questi eventi. Come afferma il dott. Scarpa: «Ormai gli eventi di cultura e di arte sono diventati il motore trainante della vita e delle attività del Jambo1. Da alcuni anni abbiamo aperto un vero e proprio cantiere di iniziative di alto profilo artistico e il Jambo1, bene sottratto alla criminalità organizzata, diventa sempre più un polmone di promozione culturale in un territorio che merita attenzione e visibilità per fattori positivi e qualificanti. Confidiamo in maniera smisurata nel potere formativo, ricreativo e attrattivo di questo evento d’arte, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, sempre più bisognose di stimoli di crescita e di incentivi socio-culturali» conclude l’amministratore unico del Jambo1 Salvatore Scarpa.
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
N°228 – APRILE 2022























