COPERTINA | L’Europa unita e solidale affronta la crisi

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Il summit più lungo della storia europea, per fronteggiare la crisi più grave verificatasi dopo la seconda guerra mondiale. “Dal letame nascono i fior”, si sa, e ci voleva un’emergenza sanitaria per sentirci meno soli.

L’anno scorso è stato un anno grigio per il “giardino europeo”, come lo chiamava Jacque Delors. Uno dei suoi fiori si è appassito con la Brexit, mentre il vento del sovranismo e dell’euroscetticismo ha sollevato muri polverosi di terreno, rischiando di distruggere ogni cosa.
Poi è arrivato il Coronavirus. L’emergenza sanitaria e le misure di contenimento hanno provocato uno shock generalizzato, il più grave dopo la seconda guerra mondiale. Stavolta a essere coinvolta è la maggior parte dei paesi europei, inclusi quelli economicamente più dinamici.
Le stime della Commissione europea vedono una contrazione del Pil senza precedenti, sempre nell’ipotesi in cui non si verifichi una nuova ondata di contagi. Ma i rischi riguardano la tenuta dell’intera Eurozona, considerato l’enorme debito pubblico e privato che l’Europa si troverà ad affrontare. Per non parlare degli squilibri interni e delle disuguaglianze che la crisi porta inevitabilmente con sé.

Se si considerano gli Stati membri presi singolarmente, poi, la situazione si prospetta ancora peggiore. Non è un caso che i processi di integrazione si sono sempre verificati dopo le crisi.
Come noi del resto, che di fronte alle difficoltà cerchiamo un viso amico disposto a darci conforto. Questo lo spirito che ha accompagnato quattro lunghi giorni di negoziato tra i paesi dell’Unione, conclusisi con un accordo di portata storica per il processo di integrazione europea.
Il 21 luglio il Consiglio europeo ha dato il via libera al Recovery Fund, un pacchetto di aiuti di 750 miliardi (390 a fondo perduto e 360 di prestiti): la prima manovra economica dell’Unione europea che, per la prima volta, ha deciso di indebitarsi per favorire la ripresa delle economie europee più colpite dalla pandemia. Un debito comune con scadenze lunghe e tassi di interesse bassi, non finanziato dai bilanci nazionali ma direttamente dall’Unione, con nuove tasse europee. Per ora si parla di un’imposta sulla plastica a partire dal 2021 (un contributo nazionale calcolato sul peso dei rifiuti di imballaggi in plastica non riciclata).
Ma Bruxelles pensa anche a una carbon tax (sulle risorse energetiche che emettono diossido di carbonio nell’atmosfera) e una web tax (applicata alle multinazionali del web) per il 2023, affiancando dunque al pagamento del debito anche una svolta green dell’Europa. Debito e tasse. Parole che non piacciono a nessuno, che però danno una certezza che quest’ampliamento non si fermi alla fine della crisi Covid, ma che costituisca un vero passo in avanti per l’integrazione.
E che si possa smettere di parlare di quote nazionali “d’iscrizione” versate a Bruxelles o di paghette ricevute, chi più chi meno, ma finalmente di quote comuni, appartenenti all’insieme dell’Unione.

Dei 750 miliardi europei, il nostro Paese, primo beneficiario del Fondo, si aggiudica 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 di prestiti. I fondi saranno disponibili solo a partire dal secondo trimestre del 2021, ma potranno essere usati anche per coprire le misure prese da febbraio 2020, purché compatibili con gli obiettivi del Recovery. Ma non mancano e non mancheranno tensioni sia in Italia che in Europa nemmeno stavolta.
Si preannunciano due sfide importanti.
Una è per l’Italia quella di essere all’altezza: riuscire a spendere bene questi miliardi conquistati, combattere la crisi e fare riforme per rendere il Paese più competitivo e moderno.
L’Europa ci ha dato fiducia, sì, e in buona parte grazie al fascino carismatico di Conte. Ma non troppa. Un meccanismo di controllo è stato previsto, infrangendo le aspettative di Salvini e della Meloni. Ed è anche normale che sia così.
Chi sborserebbe ad occhi chiusi una cifra di denaro così ingente? A maggior ragione se si tratta di un paese come l’Italia che ha dimostrato nel corso degli anni di non saper cogliere le opportunità. È infatti in fondo alla classifica per la spesa delle risorse comunitarie disponibili: non riesce ad utilizzare i fondi nei tempi prefissati e li si spende male, con interventi straordinari non accompagnati da politiche strutturali e stabili nel tempo. Spesso legati all’assistenzialismo fine a sé stesso, che guarda più al consenso politico che allo sviluppo e alla riduzione della povertà. Incapacità amministrative, mancanza di azioni condivise e di lungo periodo, lentezza burocratica, truffe, incidenza della criminalità organizzata. Queste solo alcune delle cause. Si aggiunge poi la paura dell’Europa che con nuove elezioni possa nascere un governo sovranista e euroscettico che voglia utilizzare i fondi per perseguire esclusivamente l’interesse nazionale.
Sarà indispensabile quindi un Piano nazionale di riforme, efficiente ed efficace. Occasione per disegnare un’Italia migliore per le nuove generazioni, a cominciare da un piano di rilancio del Sud, lasciato fino ad ora aggrappato alla coda di un treno Regionale.
La Commissione, sentito il parere del Comitato economico finanziario (Cef), dovrà decidere entro due mesi se promuoverlo in base al tasso di rispetto di politiche verdi e digitali. Quindi miglioramento dell’efficienza energetica, transizione alle fonti rinnovabili, riconversione industriale (si pensi all’Ilva), investimenti nei trasporti e nella connettività.

Ma anche rispetto delle raccomandazioni Ue 2019-2020 che richiedono ad esempio contrasto all’evasione, alla corruzione e al lavoro sommerso, riduzione dei tempi della giustizia e in specifico per l’Italia riforme di pensioni, lavoro, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità. Parte dei fondi verrebbe erogata subito, il resto a rate via via che certi obiettivi saranno raggiunti. Ma su richiesta di Rutte, primo ministro olandese, il giudizio di Bruxelles sarà votato anche dai ministri a maggioranza qualificata. Poi i frugal (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia), i più sfiduciosi nei confronti dell’Italia, hanno spinto per avere anche un “freno d’emergenza” attivabile in casi “eccezionali” per sospendere i pagamenti rimettendo la questione al Consiglio europeo. Ma per fortuna, tutto il processo potrà durare al massimo tre mesi e la decisione finale spetterebbe comunque alla Commissione.
L’altra sfida è per l’Europa. I parlamenti dei 27 paesi Ue dovranno approvare le innovazioni relative al Recovery Fund, e purtroppo non è un passo scontato, soprattutto per il Parlamento olandese. Ma soprattutto, la sfida per l’Europa è quella di mostrarsi non solo un mercato finanziario, ma una comunità politica e sociale che garantisca la salvaguardia dei diritti e delle libertà dei cittadini europei. Questo significa, innanzitutto, rivedere i rapporti con Ungheria e Polonia, pretendendo il rispetto dello stato di diritto. E significa non tornare a chiedere, in nome della disciplina fiscale, eccessivi tagli e riforme pro-austerity, dannose per il principio di uguaglianza e i diritti delle fasce più deboli. Restano incertezze e interrogativi che probabilmente verranno svelati più avanti.
Ma al momento il giudizio non può essere che positivo: una crisi diventata opportunità storica per l’Unione e per l’Italia, dalla quale tutti, uniti, possono uscirne vincitori.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

 

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