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Il Cile è terra di poeti: dai due premi Nobel Gabriela Mistral e Pablo Neruda, Luis Sepulveda a Nicanor Parra, premio Cervantes nel 2011, ai meno noti Oscar Hahn e Raúl Zurita.

Ma il Cile, all’attualità, è terra di un aspro conflitto sociale. Nei giorni scorsi le persone si sono riversato come un fiume in piena nella piazza della capitale, Santiago del Cile, per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle politiche economiche adottate dal governo di Sebastián Piñera, a capo di uno dei Paesi del pianeta in cui il divario tra ricchi e poveri è più profondo. Finalmente ciò che colpisce è la partecipazione totalizzante, senza alcuna distinzione in gruppi o fazioni delle classi sociali, della popolazione che è scesa in piazza a lottare per i diritti di tutti.

Le origini della protesta sono dovute ad un aumento di 30 pesos sul prezzo del biglietto della metro. Il ché, ha comportato una chiamata della asamblea coordinadores de estudiantes secundarios per una evasione in massa del biglietto in alcuni punti della metropolitana che vede, in determinati orari, un incremento massiccio delle affluenze.

Indipendentemente dal fatto che gli studenti non si vedano colpiti direttamente da questa disposizione, poiché per loro esiste una tariffa differenziata, sono proprio loro, i più giovani, a dar inizio ad una protesta. La cosa non stupisce particolarmente poiché in Cile gli studenti e in special modo gli universitari, sono dotati di una cultura della mobilitazione molto forte, e sono i primi a far scattare le loro rimostranze non solo nell’ambito del settore di loro interesse ma anche, come in questo caso, per cause che interessano la vita quotidiana delle persone.

Ecco che la protesta ha iniziato a divampare e ha cominciato a rafforzarsi ogni volta di più in maniera spontanea senza coordinazione: non era più una chiamata all’ora prestabilita dalla coordinadora de estudiantes secundarios, ma si sono aggregate persone che non erano studenti, ma lavoratori, gente più grande.

Comincia la svolta: le persone hanno portato con loro delle istanze sociali accumulate nel corso degli anni della dittatura e che ora dovevano necessariamente essere prese in considerazione per rivendicare giustizia sociale, servizi di base pubblici efficienti. L’accaduto della metro è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un malcontento diffuso attorno a un modello totalmente privatizzato, dove lo Stato si dedica il minimo per regolare e fare in modo che il mercato non subisca rallentamenti. Infatti il ritorno alla democrazia in Cile ha la sua peculiarità nell’avere i diritti sociali oggetto di privatizzazioni, con il sistema pensionistico in mano ai privati e compagnie di assicurazioni che ovviamente, attraverso operazioni di compra vendita, cercano di ottenere interessi migliori.

Larga fetta del Paese ha a disposizione una pensione di poco meno di 200 Euro; sono per lo più i professionisti ad avere pensioni quasi simili a ciò che guadagnavano in attività ma che comunque restano decisamente basse; ecco perché c’è un sentimento diffuso di malumore.

Accanto al tema retribuzionistico, vi è quello della salute, anch’essa fortemente privatizzata. La gestione della salute non è ad appannaggio dello Stato che è, per l’appunto, totalmente assente ma è la divisione classista a gestirlo; lo strato sociale che rientra nell’elite usufruisce di una elevata facilità di accesso al godimento della migliore qualità in materia di salute, mentre la salute pubblica è caratterizzata da code infinite e per una qualità nettamente più scarsa. Insomma, chi ha più soldi campa meglio.

In ultimo c’è il tema dell’educazione su cui ha fortemente inciso la protesa capeggiata dagli studenti universitari, con la quale si mirava ad ottenere l’educazione gratuita per il 100% delle persone. Adesso questa misura ha raggiunto il 50% degli studenti che hanno meno possibilità socioeconomiche e che in questo modo hanno l’accesso gratuito.

Inoltre nell’ultimo anno, in Cile, sono saliti moltissimo gli affitti, è cresciuto il costo delle ipoteche e quello di luce, gas e acqua.

Lo stato di emergenza imposto il 19 ottobre, con la massiccia militarizzazione delle strade ed il coprifuoco dalle 22:00 alle 7:00 del mattino – nonostante sia stato revocato dal presidente Sebastián Piñera – ha fatto affiorare nella mente dei cileni, inevitabilmente, i tempi oscuri della dittatura di Augusto Pinochet. L’indignazione nel resto della comunità mondiale si è anche sollevata perché c’è stata una forte diffusione di testimonianze amatoriali che raccontano di manifestanti presi di mira, buttati a terra, minacciati, feriti da militari e agenti di polizia.

Numerosi gli appelli della comunità internazionale: sono state presentate finora 88 azioni giudiziarie da parte dell’Istituto nazionale dei diritti umani per reati attribuiti ad agenti dello Stato, di cui cinque per omicidio; arrivano inoltre denunce di abusi sessuali, in particolar modo su donne in situazione di detenzione.

La voce di Amnesty International si è rivolta direttamente al Governo cileno con un appello: «Abbiamo ricordato alle autorità del Cile i loro obblighi in materia di diritti umani e li abbiamo inviati ad ascoltare le richieste della popolazione e ad attuare misure concrete per darvi seguito» si legge nel comunicato.

“Un vero ribelle conosce la paura ma sa vincerla.”

Luis Sepulveda

di Salvatore Sardella

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