Lo scorso 13 maggio si è spento l’ex presidente dell’Uruguay Josè “Pepe” Mujica, una delle più importanti figure politiche del nostro tempo, capace di traghettare il suo paese verso una fase di sviluppo. Celebre è il suo discorso pronunciato alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile, a Rio de Janeiro nel 2012 un manifesto della cooperazione internazionale. Viviamo in una civiltà “tragicomica” – come la definì lui stesso – che da un lato esalta la fratellanza universale e dall’altro organizza il mondo in modo che pochi accumulino ricchezze e molti restino intrappolati in una povertà strutturale.
Molta ricchezza in mano a pochi
Ben oltre la retorica, sono i freddi dati statistici a testimoniare “che mondo è mai questo”. Secondo il Global Wealth Report 2023, il 21% della popolazione mondiale, quella che vive nei Paesi più ricchi, detiene il 69% della ricchezza globale. Le nazioni più sviluppate continuando a “estrarre” ricchezza dal Sud del mondo tramite la finanza, i debiti sovrani o i trattati commerciali asimmetrici. Ad esempio, secondo il Global Financial Integrity (GFI), ogni anno circa 700 miliardi di dollari vengono trasferiti in forma di flussi illeciti (come il riciclaggio di denaro e la corruzione) dai Paesi in via di sviluppo verso i Paesi sviluppati. Se a questi si aggiungono i debiti sovrani (con tassi di interesse esorbitanti) e i pagamenti per il rimborso del debito, il quadro diventa ancora più critico. Il Sud del mondo produce il 90% della forza lavoro globale, ricevendone solo il 21% del reddito da lavoro aggregato. Se poi focalizziamo lo sguardo sul nostro paese, scopriamo che, secondo il rapporto Openpolis del 2023, il 5% più ricco della popolazione italiana detiene circa il 46% della ricchezza netta totale del Paese. Inoltre, se si nasce in una famiglia povera, in Italia servono almeno 5 generazioni per arrivare a raggiungere il reddito medio nazionale. Un dato tra i peggiori dell’area OCSE in tema di mobilità sociale.
L’inquinamento, la guerra e la fame colpiscono i Paesi poveri
Non solo i dati relativi alla ricchezza sono indicatori delle disuguaglianze economiche, ma anche quelli relativi all’inquinamento ambientale. Secondo un rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), le emissioni pro capite dei paesi più ricchi sono in media circa 10 volte superiori rispetto a quelle dei paesi a basso reddito. Nel 2020, un cittadino statunitense produceva in media 16 tonnellate di CO2, contro le 2 di un indiano. Inoltre, il 10% della popolazione più ricca del pianeta è responsabile del 50% delle emissioni inquinanti, mentre la metà più povera ne produce solo il 12%. I Paesi che inquinano meno sono i più esposti agli effetti del cambiamento climatico. Le conseguenze? Secondo la World Bank, entro il 2030 fino a 100 milioni di persone potrebbero cadere in povertà estrema. Un altro aspetto fondamentale è la relazione tra guerre e insicurezza alimentare. Secondo uno studio delle Nazioni Unite del 2018, il 77% dei conflitti armati in corso aveva come causa principale la scarsità di risorse. La guerra, infatti, non solo distrugge le risorse agricole e le infrastrutture, ma anche l’accesso alle terre fertili e ai mezzi per produrre cibo. Oggi 122 milioni di bambini nei paesi in guerra soffrono di malnutrizione cronica.
Lottare contro la povertà
In questo sistema malato, dunque, chi possiede di più non solo ha più risorse, ma consuma di più, inquina di più e decide di più. Parafrasando Mujica, è giunta l’ora di cambiare il nostro sguardo, in un mondo interconnesso bisogna abbracciare una visione cosmopolita dello spazio politico, che abbandoni la nauseante ossessione del mercato e metta al centro del suo discorso la felicità umana. Dobbiamo realizzare che ci troviamo tutti sulla stessa barca, perché questa tormenta ci getta alla deriva del desiderio consumistico. «Povero non è colui che ha poco, ma chi desidera, desidera e ancora desidera» diceva Pepe. Insomma, piuttosto che temere la povertà, dovremmo sistemicamente lottare contro le ingiustizie che la producono. Perché il contrario della povertà non è la ricchezza. È la dignità.
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di Fulvio Mele



















