Nel 2018, mentre in molte città italiane il rapporto tra amministrazioni comunali e writer restava improntato allo scontro, a Caserta accadde qualcosa di diverso. Un gruppo di giovani attivisti, artisti e writer riuscì a portare dentro le istituzioni una pratica nata ai margini, trasformando un conflitto storico in un esperimento di riconoscimento culturale. Fu in quell’anno che prese forma il regolamento comunale su graffiti e street art, ancora oggi in vigore, frutto di un dialogo tra l’amministrazione risalente alla prima sindacatura di Carlo Marino e la scena urban della città.
A raccontarlo è Ferdinando Errichiello, aka GRAPE, writer e attivista, allora consigliere del Forum dei Giovani, organismo consultivo istituito dal Comune. «Nel 2018, insieme ad altri membri dell’associazione Millepiani e ad altri attivisti, ero consigliere all’interno del Forum dei Giovani. In quel contesto nacque l’idea di proporre un regolamento sui graffiti e sulla street art in città».
Non si trattò di una semplice proposta simbolica. Il regolamento venne scritto materialmente dai giovani del Forum, approvato prima al loro interno e poi in seguito in tutto il suo iter formale: commissioni consiliari e infine Consiglio Comunale. «Ancora oggi a Caserta esiste un regolamento ufficiale che autorizza la pittura libera su una serie di pareti individuate», sottolinea Errichiello.
Le pareti individuate dal regolamento sono via Cima, Villa Giaquinto, via Marie Curie, i sottopassi di via Scialla, via Carcas e via Ferrarecce, via Talamonti e le pareti del Mercato. Spazi a libero accesso, senza autorizzazioni preventive, bozzetti da presentare o albi a cui iscriversi. Una scelta politica e culturale precisa. «Ci siamo ispirati a esperienze come Firenze e Roma, ma abbiamo voluto costruire un testo molto leggero, sia per i writer sia per l’amministrazione, che sappiamo essere lenta e con poco personale».
La differenza, rispetto ad altri modelli, sta proprio qui. «A Firenze è previsto l’obbligo di iscrizione a un albo dei writer cittadini. È una procedura pesante e respingente, soprattutto per chi fino a poco tempo prima viveva in una condizione di illegalità permanente». A Caserta si scelse un’altra strada: pareti libere, accesso aperto, rispetto delle normali regole di decenza. «Nessuna iscrizione, nessun bozzetto da presentare. Solo regole ovvie, quelle che valgono per qualsiasi attività nello spazio pubblico».
Secondo Errichiello, un regolamento del genere risponde a due esigenze fondamentali. «La prima è far emergere dall’illegalità un fenomeno storico e culturale, radicato da circa sessant’anni nel mondo e da oltre trent’anni a Caserta. La seconda è creare luoghi in cui l’arte urbana abbia una propria casa».
Una visione che affonda le radici in una storia locale spesso ignorata. Caserta, infatti, è stata una delle città del Sud Italia più importanti per il writing, con gruppi storici come CTA. A questa tradizione si affianca l’esperienza di Villa Giaquinto, dove il comitato del parco aveva già promosso interventi di street art, come l’opera di Bifido del 2016, e i cosiddetti “muri del bene comune”.
Qualche anno dopo, sulla scia di quell’esperienza, arrivò un progetto ancora più ambizioso: il Museo Lineare Vanvitelli. «Era una proposta nata anche grazie al regolamento. Caserta Decide, che allora era all’opposizione, presentò una mozione in Consiglio Comunale». L’idea era quella di creare un museo a cielo aperto lungo le pareti del Macrico, di via Unità Italiana e dei marciapiedi circostanti, con opere di street art, installazioni e sculture.
Notizie sul progetto del Museo Lineare qui.
Le pareti del Macrico erano state appena ristrutturate, anche grazie alle azioni storiche di comitati e associazioni cittadine che avevano dipinto murales per rivendicarne la riapertura dell’area. La mozione venne approvata, ma rimase lettera morta. «L’assessorato alla cultura non si mosse per applicarla. Tutto finì in un cassetto», racconta Errichiello. Oggi quelle stesse pareti sono ricoperte da scritte casuali, dichiarazioni d’amore improvvisate e slogan complottisti. «Avrebbe potuto essere un museo capace di collegare la Reggia al centro città, portando i turisti oltre i percorsi consueti».
Il tema della distinzione tra scritte vandaliche e opere di writing o street art è centrale nel dibattito pubblico. La differenza, spiega Errichiello, non sta tanto nel gesto tecnico quanto nella consapevolezza. «Un pezzo di writing o di street art non è un gesto immediato. Dietro ci sono anni di studio, sketch, preparazione. Cinque o sei ore solo per l’esecuzione, ma soprattutto anni di pratica. È vera e propria arte».
Su questo punto interviene anche Fiorella Pontillo, docente di arti pittoriche e scultoree, che chiarisce la distinzione storica e culturale tra writing e street art. «Il graffitismo nasce tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, a Philadelphia e nel Bronx, come forma di marcatura territoriale delle bande. La tag è il nome dell’artista, ma anche il suo stile, una vera identità visiva». La street art arriva dopo ed è qualcosa di diverso. «Non ha solo una funzione decorativa, ma anche politica e sociale. È una rottura con il sistema dell’arte tradizionale». Pontillo individua in Keith Haring il padre di questo linguaggio. «Disegnava con i gessetti nelle metropolitane di New York, veniva arrestato, ma ha contribuito a sdoganare l’arte urbana. Il suo murale di Pisa è uno degli esempi più celebri».

La differenza tra vandalismo e street art, secondo la docente, è netta. «La street art è abbellimento, arricchimento culturale, riqualificazione di uno spazio. Il vandalismo è deturpazione, soprattutto quando colpisce monumenti o luoghi intoccabili». Esiste anche un codice interno alla comunità: «Un’opera non si copre mai. Quando accade, anche per i writer è vandalismo».
Pontillo cita l’esempio dell’artista Cibo, che trasforma scritte d’odio in immagini legate al cibo. «Cancella l’odio e restituisce bellezza. È un gesto politico e artistico insieme». Anche le tag, se frutto di una ricerca autentica, non sono semplici firme, ma interventi che rompono il grigiore urbano. «Caserta è una città che sprofonda nel cemento e avrebbe un bisogno enorme di riqualificare i suoi muri vuoti».

Il limite, oggi, è la mancanza di visione. «I writer e gli street artist sono quasi sempre gli stessi. È un valore storico, ma manca un vero ricambio generazionale», osserva Pontillo. Senza spazi, riconoscimento e investimenti, il linguaggio si impoverisce e si riduce a rumore di fondo.



















