caserta

Strana città Caserta, davvero strana. Si ‘comporta’ ancora oggi come se non avesse passato, come se davvero la sua storia fosse cominciata con Vanvitelli che, nel vuoto, nel niente della piana fra Capys e Calatia, decide di edificare la grande Reggia.

Se si prova a chiedere un po’ in giro: archeologia a Caserta? Niente. L’unico Museo ‘scomparso’, svanito nei meandri oscuri dell’indifferenza, o meglio dell’ignoranza, è il quello dell’Opera. Collocato nel cuore profondo della Reggia a ricordare gli insediamenti sanniti, le ‘impronte’ romane … Macché, tutto svanito.

Peccato che lo stesso [smemorato] Comune di Caserta … sia il primo a non accorgersene. Infatti, sul sito ufficiale della Città (www.comune.caserta.it) non vengono mai menzionati ed elencati i casali [ben 24!], sebbene nello Statuto comunale vi sia la suddivisione della città in ‘borghi storici e frazioni’ . Se la principale istituzione cittadina non ha coscienza storica e culturale del proprio territorio, diventa arduo …” (Don Nicola Lombardi, Presentazione a AA. VV. La chiesa di San Rufo Martire, Caserta 2018, pagg. 14-15). E’ arduo, davvero, ma non impossibile.

Eppure, basta andare un po’ in giro verso l’area pedemontana, l’area di Casolla per trovare pietre di spoglio, antiche pietre da macina, epigrafi latine incassate nei muri, lastre tombali a ‘decoro’ di case. Come scrive Francesco Canestrini (che a quest’area ha dedicato la tesi di specializzazione in Restauro dei monumenti) “a Piedimonte di Casolla con i suoi antichi edifici, la minuscola piazza, le stradine tortuose contornate da orti e giardini, si resta affascinati dall’atmosfera del piccolo borgo” (ibid., pag. 5).

Non di poco conto il fatto che a spingere l’architetto Canestrini sia stato il ricordo di Pasolini che qui, in questi palazzi aveva deciso di ambientare alcune scene del suo ‘Decamerone’.

Le meraviglie del comune di Caserta

In più, palazzi splendidi, a partire da Palazzo Cocozza che già a guardarlo da fuori sembra un riassunto di storia dell’architettura. Edificato nel Quattrocento, si presenta con una bella corte dalla quale ci si porta verso uno spettacolare giardino: attraverso un viale di aranci si arriva ad un tempietto neoclassico circondato da molte specie di piante mediterranee ed esotiche, secondo un gusto proprio di molti giardini dell’aristocrazia napoletana che qui avevano le loro proprietà. Ai vari piani, ben tre, si accede grazie ad una bella scala settecentesca. I danni veri li ha subiti perché i ‘liberatori’ garibaldini decisero di dar fuoco a non so cosa, ma la facciata è tutta un susseguirsi di finestre dal gusto neocatalano.

Non lontano si offre Palazzo Orfitelli la cui nascita va su fino al Trecento e gareggia in severa eleganza con il quattrocentesco Palazzo Alois che ancora conserva un importante affresco raffigurante una Madonna col Bambino fra i Santi Rocco e Sebastiano. Non è l’unico Palazzo Alois del comune di Caserta (penso a Sommana), ma qui visse Giovan Francesco Alois che vi ospitò letterati, studiosi e seguaci della dottrina valdesiana prima di essere decapitato a Piazza Mercato a Napoli come eretico nel 1564.

Una lapide che lo ricorda è posta nella vicina Chiesa di San Rufo.

E ancora le chiese, a partire dalla piccola cappella privata dedicata a San Rocco, di fronte all’ingresso del palazzo, della famiglia Cocozza che la fece edificare nella prima metà dell’Ottocento.

La più antica di tutte è l’Abbazia di San Pietro ad Montes (secc. XI-XII): benedettina nella struttura tipicamente desideriana, ha tre navate e ancora due absidi laterali e una centrale.

E qui arriviamo al punto: sorge, infatti, sui resti di un antico tempio dedicato a Giove Tifatino (sec. IV a. C.?), certamente collegato a quello di Diana Tifatina a S. Angelo in Formis, come si evince dalle solenni colonne di spoglio. La lenta decadenza dell’abbazia, iniziata alcuni secoli fa, oggi è stata, almeno in parte, fermata con il recupero di alcuni affreschi, ma la verità è che tutta l’area è ancora in stato di quasi abbandono, anche se davvero suggestiva. E che panorama!

Vi si accede attraverso una piccola scala, forse a sottolineare il senso dell’áskesis, dell’ascesa, certo per consentirci di godere del bel mondo verde ai suoi piedi: è la Chiesa di San Rufo Martire citata per la prima volta, insieme al toponimo ‘de Pedemontis’, nella Bolla di Senne capuano (1113) al vescovo Rainulfo.

Esemplare la storia di S. Rufo che nasce come Marco Manlio Rufo e ascende alla carica di console. Inviato a Ravenna per sedare le ‘rivolte’ dei cristiani, rimane vittima di una dolorosa vicenda familiare: la figlia Rufina si ammala gravemente e guarisce solo per intercessione del vescovo Apollinare. Rufo e Rufina si convertirono dopo il ‘miracolo’ e Rufo fu inviato come vescovo a Capua dove, però, fu perseguitato e martirizzato.

La chiesa a lui dedicata è deliziosa con il suo bel ciclo di affreschi, gli altari in marmo policromo, l’organo, le maioliche settecentesche del pavimento, gli stucchi (ciò che resta!) settecenteschi del catino absidale con le tracce del Cristo pantocratore … un piccolo gioiello, insomma, cui è dedicato questo libro in parte ‘riparatore’ di tante dimenticanze!

Jolanda Capriglione (Presidente del Club per l’Unesco- Caserta).

p.s. La bibliografia di questo bel libro mi spinge a rivedere la mia bibliografia personale: pare che io non abbia mai scritto nulla!

di Jolanda Capriglione

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