Carceri: il fallimento della politica

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L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, con tutte le conseguenze in termini di limitazioni sociali, ha determinato effetti inattesi in molti settori, ben oltre le soglie dei pronti soccorsi, dove si contano ancora i decessi. Un fenomeno devastante in grado di far emergere tutti i limiti e le carenze ataviche del sistema Italia.

Forti disparità sociali, profonde sacche di emarginazione dove il lavoro è una chimera, gli effetti irritanti di una gestione troppo ideologizzata della questione immigrati che ha creato eserciti di zombie privi di assistenza sanitaria, scelte di politica ambientale scellerate, tanto che ci sono voluti 25mila morti per vedere il nostro mare pulito, e poi un sistema carceri assolutamente inadeguato. Rivolte cinematografiche ad ogni latitudine del paese hanno portato alla luce una situazione terrificante dell’organizzazione penitenziaria indegna per un paese civile.
Gravi i fatti di Foggia, dove i tumulti seguiti all’adozione delle limitazioni ai colloqui con i parenti, si è tramutata in una fuga di massa dei detenuti. A Santa Maria Capua Vetere la notizia del contagio di alcuni ristretti ha determinato una forte protesta, che avrebbe avuto come conseguenza, secondo le testimonianze di alcuni di essi, perquisizioni straordinarie e addirittura rappresaglie da parte della polizia penitenziaria.
Il caso è adesso all’attenzione della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e del Ministro Bonafede.
Sono gli aspetti di uno dei tanti settori del nostro “pianeta giustizia” che arranca sotto il peso delle sue inefficienze. Con un sovraffollamento cronico degli istituti di pena, il distanziamento sociale necessario a prevenire contagi assume la consistenza di una chimera. In questi luoghi le dotazioni sanitarie sono talmente inefficienti che si può aspettare mesi e mesi per ottenere accertamenti diagnostici, anche importanti. Le attività risocializzanti e rieducative, il lavoro, funzionano solo in alcune case circondariali, soprattutto piccole strutture, non ad alta sorveglianza, nel resto del paese i detenuti vegetano.

Ed in questi luoghi che la tendenza criminale prolifera anziché affievolirsi. È qui che alla mancanza della libertà si affianca il malessere interiore.
Dove si perde la dignità di essere uomo, si perde la speranza di reinserimento nel tessuto sociale. Se mancano percorsi concreti di risocializzazione, le quotidiane restrizioni spingono a gesti estremi, suicidi, rivolte, proteste.
È pertanto evidente che in un contesto malato un’emergenza sanitaria finisce per fare danni.
E se un detenuto per gravissimi reati di mafia, sebbene malato, viene scarcerato, mentre tanti piccoli spacciatori e ladri di galline ingolfano le celle, è il sintomo di qualcosa che non va, che il sistema è gravemente malato.
La soluzione è sempre stata sotto gli occhi delle istituzioni, stimolata da anni dall’avvocatura con iniziative importanti, ma è stata colpevolmente ignorata, fino a che questa terribile pandemia non ha rivelato la polvere sotto il tappeto.
Evidentemente bisogna creare nuovi istituti, dotarli di apparati sanitari in grado di curare in maniera adeguata i detenuti, agevolare gli incontri con le famiglie, soprattutto con i figli minori, creare più lavoro nei luoghi di reclusione, corsi di formazione al lavoro che preparino ad una futura scarcerazione in maniera equilibrata, implementare momenti di socializzazione, teatro, recitazione, che vadano oltre la semplice ora d’aria, in modo che i detenuti acquisiscano conoscenze, abbraccino la cultura come chiave per rielaborare in positivo la scelta criminale, che comprendano che c’è una possibilità oltre le sbarre.
Criminale sarebbe continuare ad ignorare il problema nell’illusione che, passata l’emergenza, tutto si risolva. Il sistema carceri rappresenta una bomba pronta ad esplodere, e la miccia è stata già innescata.

di Fabio Russo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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