Annualmente, con l’arrivo del caldo e l’aumento vertiginoso delle temperature nella Penisola, tocca accorgersi quasi come per magia, di una piaga che in realtà da sempre attanaglia la nostra terra: il caporalato. Ce ne accorgiamo perchè gli “schiavi” principalmente stranieri, che lavorano le “nostre” terre, iniziano a morire sotto il sole cocente del Sud. Uomini e donne di ogni età, costretti a lavorare per mantenere la propria famiglia, accettando paghe da fame per scaricare tonnellate di ortaggi o per lavorare come manovali nei cantieri edili sotto fatiche immani, temperature insostenibili e violenze continue.
Lo scudo mediatico al caporalato
Nonostante il lavoro, regolare e non, mieta quotidianamente in italia almeno 3 vittime, il problema continua ad essere profondamente svilito, anche dai sistemi di informazione convenzionale. Per braccianti e muratori, i giornali titolano “caldo killer” quando invece con la parola “killer” dovrebbero essere identificati i caporali ed i padroni che assumono a giornata, senza alcuna garanzia o sicurezza, uomini donne appartenenti alle fasce più deboli della popolazione che non hanno alcun potere nè capacità di contrattazione. Nonostante i passi avanti che negli anni sono stati fatti in materia di diritti dei lavoratori, coloro che ogni giorno faticano sotto i caporali continuano a vivere in una zona grigia completamente sprovvista di tutele.

Kalifoo Ground: schiavismo alla luce del sole
Per quanto possa risultare complesso tracciare precisamente i dati legati al lavoro nero o grigio, questo non è impossibile da intercettare. Quotidianamente nelle piazzole di tutti i paesi e le province del sud, fra le 4 e le 8 di mattina si accalcano lavoratori di ogni nazionalità, disposti a lavorare alla giornata per il padrone di turno, che passa con il proprio furgone, li carica su, e li riporta la sera, a meno che qualcuno non muoia per le fatiche durante la gironata. Quelle stesse piazzole i lavoratori africani le hanno ribattezzate Kalifoo Ground: il nome che si dava alle piazze degli schiavi in Libia, e mai nome è stato più azzeccato.
È necessario segnalare che la “chiamata alle armi” di questi lavoratori, avviene nelle kalifoo ground ogni mattina, alla luce del sole, nelle principali piazzole della provincia di Napoli e Caserta (volendo circorscrivere il problema al nostro territorio, ma la condizione è identica nelle campagne pugliesi) come quelle di Giugliano e Castel Volturno. E nonostrante tutto avvenga pubblicamente, da parte delle autorità non vi sono mai stati blitz o controlli volti ad accertare che coloro che caricano i lavoratori ogni mattina assicurino quantomeno la minima percentuale dei diritti sindacali ed umani che dovrebbero essere garantiti.
A questo punto c’è da chiedersi se da parte delle autorità ci sia la reale volontà di combattere il fenomeno o se faccia invece più comodo mantenere lo status quo, concedendo manodopera a costo 0 ai caporali per motivi a noi sconosciuti.
Il caporalato mafioso
Il problema non si palesa solo nella mancanza dei più basilari diritti per i lavoratori, ma anche con l’indotto che questi ultimi rappresentano per la criminalità organizzata, che gestisce il sistema del caporalato con modalità violente e prevaricatrici, fra i cantieri delle periferie e le campagne di Villa Literno e dell’Agro Pontino, così come per quelle del foggiano in Puglia. Un vero e proprio sistema mafioso, che ogni giorno presenta i suoi prodotti sulle nostre tavole, a causa di controlli pressochè assenti e di un “laissez faire” che fino ad ora ha portato solo sfruttamento e morte.
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