Basta con i viaggi della speranza

359
informareonline-clinica-montevergine-1

Le eccellenze sanitarie le abbiamo anche in Campania

informareonline-francesco-solimeneÈ sicuramente importante valorizzare i progressi e le eccellenze della medicina, soprattutto se tali menti eccelse provengono dalla nostra regione. Abbiamo intervistato il Prof. Francesco Solimene, Responsabile del Laboratorio di Elettrofisiologia della Clinica Montevergine dal 1998, nonché attuale Presidente regionale dell’AIAC Campania. Esegue da circa venti anni estrazioni di elettrocateteri con sistema maccanico e laser, impianti di pace-maker e defibrillatori e chiusura per cutanea dell’auricola. Metodi innovativi e di alta specializzazione, in quella che viene definita la regione con il maggior numero di casi di malasanità.

Cosa vuol dire per lei occuparsi di elettrofisiologia e quali sono gli standard qualitativi previsti da questa attività?

«L’elettrofisiologia è un’attività interventistica e non della cardiologia, che si riassume in trattamento diagnostico farmacologico ed elettrico delle aritmie. Poiché tali aritmie possono essere il più delle volte curate definitivamente, lo standard qualitativo è sicuramente efficace perché si può ottenere la guarigione del paziente ma anche la sicurezza che noi medici dobbiamo avere. L’aritmia più frequente che viene trattata è la fibrillazione atriale, che si manifesta con una irregolarità del ritmo nel battito cardiaco; una patologia in aumento che spesso non viene riconosciuta dai pazienti, e se non curata può comportare gravi conseguenze».

Quali sono le principali tecniche utilizzate?

«Questo tipo di aritmia può essere trattata sia farmacologicamente sia con una terapia definita “a caldo” chiamata “ablazione”, che consiste nel “bruciare” alcune parti del tessuto muscolare per evitare non solo l’innesco, ma anche il mantenimento di questa aritmia. Ciò avviene con dei cateteri piccolissimi che vengono introdotti per via venosa, e una volta giunti sul punto riscaldano le cellule con delle onde laser. C’è anche una tecnica differente dove invece di riscaldare il tessuto e quindi creare una necrosi in quel punto, si inserisce una sorta di palloncino che si congela e distrugge le cellule a freddo. Queste sono tecniche utilizzate solo per la fibrillazione atriale, che viene chiamata anche “parossistica”; logicamente ci sono altri tipi di aritmie che sono più gravi, come ad esempio le cardiopatie, che vanno trattate diversamente».

Anche in questi casi la prevenzione è fondamentale…

«Assolutamente. Nel caso della fibrillazione atriale basta fare periodici controlli elettrocardiografici, o far controllare il polso regolarmente al proprio medico di base per scoprire di averla anche perché non essendo solo un’aritmia, ma una malattia, si rischia di farla progredire e dare luogo a problemi seri come la trombo-embolia. Ecco perché è importantissima la prevenzione».

Quali sono state o quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato/incontra quotidianamente nella sua professione?

«Le difficoltà che incontro sono quelle che si possono incontrare in un centro d’eccellenza come il nostro, di alta specializzazione, dove si affrontano procedure complesse. Nel trattamento della fibrillazione atriale si necessita di attrezzature specifiche, bisogna seguire procedure di mappaggio per individuare circuiti malati e sani, bisogna affrontare tutta una serie di operazioni che hanno costi molto alti. Ciò vuol dire che il nostro centro rischia di non poter eseguire più interventi di questo genere se non adeguatamente finanziato. Dal punto di vista professionale siamo all’avanguardia e non solo a livello italiano ma anche europeo, quindi le maggiori difficoltà sono da riscontrare sul punto di vista economico, purtroppo».

Lei pensa che nei prossimi anni la sanità campana possa raggiungere livelli qualitativi paragonabili a quelli delle regioni del nord Italia?

«Io penso sia tutta questione di organizzazione, bisogna modificare alcune regole fondamentali. Noi abbiamo ad esempio il problema della “migrazione”, ovvero di pazienti che scelgono di curarsi in altre regioni dove il rimborso delle procedure raddoppia, e quindi la regione Campania si trova a pagare il doppio dei rimborsi quando dovrebbe e potrebbe attrezzare non solo gli ospedali pubblici, ma anche i centri privati e convenzionati che sono eccellenti, mettendoli in condizioni di lavorare ed evitare queste migrazioni».

Quale valore lei dà al “Team Building” nella sua attività?

«Noi abbiamo un team che comprende un po’ tutte le specializzazioni all’interno della clinica, che è specializzata nella cardiologia. Ogni paziente viene sempre valutato e seguito dal team, è un’organizzazione da cui non si può prescindere se si sceglie di fare alta specializzazione».

Cosa è che rende un servizio sanitario “d’eccellenza”?

«Sicuramente la volontà di medici altamente formati e specializzati nell’utilizzare le attrezzature e le tecniche migliori per svolgere al meglio il proprio lavoro, innanzitutto. Poi, la possibilità di non avere limiti di budget».

Si tende ad avere un’immagine della sanità al sud come un sistema in pezzi, recente è il caso dell’ospedale San Giovanni Bosco infestato da formiche. Lei cosa pensa a riguardo?

«Credo che sia giusto mostrare le falle di un sistema e soprattutto trovare le adeguate soluzioni, ma credo anche fermamente nell’informazione positiva, ovvero quell’informazione che mostra le eccellenze professionali campane, valorizzi le strutture migliori. Nella nostra regione esistono medici e strutture di prestigio, se avessero più visibilità i pazienti eviterebbero di andare a curarsi altrove, resterebbero qui in Campania. Addirittura, dovrebbero essere pazienti di altre regioni a recarsi nelle nostre strutture ma ciò non accade, proprio perché non vengono valorizzate».

di Tommaso Morlando

Tratto da Informare n° 188 Dicembre 2018

Print Friendly, PDF & Email