Liste d’attesa infinite, pochi medici e finanziamenti dimezzati. La nostra sanità pubblica sta morendo ed è tutto deciso a tavolino. Aumentano le cure private da parte dei cittadini per far fronte a un’emergenza sanitaria diventata normalità. I pronto soccorso sono al collasso mentre la politica di ogni colore alza barricate tra responsabilità passate e presenti. Nel mezzo, tra i due schieramenti, una donna di quarantacinque anni con tre figli. Teresa, nome di fantasia, si racconta a noi.
La storia di Teresa e le liste d’attesa
Capiamo subito che non ha interesse nei confronti delle percentuali, la noia è tanta verso i politici che sono tutti uguali. In realtà pensa a come fare la spesa, come accompagnare i figli a scuola e come arrivare a fine mese. Non è il racconto di un’eccellenza quella che abbiamo deciso di raccontare, ma la descrizione di crepe ormai profonde nella nostra società. Le difficoltà di tante e tanti tra rabbia e deluso. «Come mi sento? Esasperata. Otto mesi per una visita medica sono un’eternità quando hai problemi di salute. E mi sento completamente abbandonata dallo stato. Dov’è la sanità pubblica di cui parlano tanto? Siamo lasciati a noi stessi e non posso permettermi di pagare visite private. Se devo andare dal privato decido di farlo solo per i miei figli. Io posso anche rinunciare, ma loro no. La verità è che siamo cittadini di serie B per loro».
Le liste d’attesa spingono gli italiani a rinunciare a curarsi
Teresa fa parte di quei 4,5 milioni di italiani che rinunciano a curarsi. Che fanno finta di niente quando i dolori alla schiena continuano per giorni e il mal di denti non ti fa dormire la notte. «Mi sento umiliata. È umiliante dover scegliere tra mettere il cibo in tavola per i miei figli e pagare una visita medica. È umiliante sentire sempre le stesse scuse dalla politica, che si rimbalza le responsabilità senza mai risolvere niente. Mi sento tradita e lasciata indietro, non chiedo di vivere nel lusso. Voglio gli stessi diritti di chi ha i soldi». Quando i soldi mancano e non puoi saltare l’ennesima visita, la soluzione è chiederne alla famiglia o agli amici, ma non è semplice farlo perché «non è facile ammettere di non poter provvedere alla salute della propria famiglia con le proprie forze. Chiedere aiuto economico è stata una delle esperienze più umilianti della mia vita. Mi sentivo come se stessi fallendo come madre, come se stessi deludendo i miei figli. È una vergogna che non dovrebbe pesare su nessuno, ma che purtroppo è la realtà».
Il peso emotivo
Alle difficoltà concrete si aggiunge il peso emotivo di chi vive la propria situazione come colpa individuale, per via di una narrazione distopica portata avanti da certi politici. La rabbia è visibile: «è facile parlare quando hai uno stipendio garantito e non devi preoccuparti di come mettere il cibo in tavola o pagare una visita medica. Non capiscono cosa significa vivere con l’ansia costante di non farcela, di dover fare sacrifici su sacrifici. Incolpare chi è in difficoltà è solo un modo per non assumersi la responsabilità di un sistema che non funziona. È un modo per scaricare la colpa su chi già soffre, invece di fare qualcosa per cambiare le cose. È cinico e disumano». Ai poveri le colpe della loro situazione e i rimproveri da politici che prendono la fisionomia di padre-padrone, rifiutando il compito a loro assegnato di risolvere le richieste provenienti da chi ha bisogni e necessità. Anzi, chi percepisce un sostegno al reddito diventa un fenomeno da baraccone trasmesso dalla rete nazionale.
Una richiesta alla politica
E alla politica Teresa chiede «innanzitutto di svegliarsi e rendersi conto della realtà in cui viviamo noi comuni mortali. Vorrei che qualche politico venisse a fare un giro nelle nostre case, a vedere come si fa a tirare avanti con tre figli, con uno stipendio che non basta mai, e con tutto che aumenta tranne gli aiuti. Mi sembra una barzelletta, ma non fa ridere per niente. La sanità pubblica è al collasso e noi siamo quelli che ne pagano il prezzo più caro. E poi parliamo di lavoro. Perché è così difficile trovare un lavoro decente? E quando lo trovi, perché è pagato così poco che non riesci nemmeno a coprire le spese base? Ai politici chiederei di creare lavoro vero, di investire in formazione e di sostenere le famiglie. Chiedo alla politica di mettere i soldi dove servono davvero. Non siamo invisibili, anche se a volte sembra che loro preferiscano non vederci». Teresa ci ricorda che l’uguaglianza non è un semplice proclamo e che la politica lavora su corpi concreti.



















