La moschea di San Marcellino è una delle più grandi ed antiche della Campania. C’è addirittura difficoltà nel pregare perché possono esserci più di 500 persone. È sul territorio dal 1992 e ovviamente molte cose sono cambiate fino ad oggi: l’Islam, il ramadan, la preghiera non erano conosciuti in una realtà così piccola dell’agro-aversano. Ne abbiamo parlato con l’imam Nasser Hidouri.
Il rapporto della moschea di San Marcellino col territorio
Il rapporto della moschea di San Marcellino col territorio ha una storia trentennale. Nata su proposta di De Marco Enrico, proprietario dell’edificio nel quale sorge l’attuale moschea, essa ha permesso ai primi immigrati marocchini, che facevano i venditori ambulanti in zona, di costruire in quel luogo la loro casa di preghiera. La prima persona ad interessarsi ai predicatori islamici è stata l’ex parroco di San Marcellino, Don Peppino Esposito, responsabile dell’ufficio ecumenismo, che si occupa della ricerca di un punto mediano fra le grandi religioni monoteiste per un dialogo interreligioso. Quest’ultimo si è aperto alla comunità islamica invitandola in chiesa per pregare insieme; ciò è diventato un fenomeno abituale fino al 1999. Da quel momento la moschea ha iniziato a popolarsi di giovani marocchini, tunisini e algerini.
Alla fine degli anni Novanta c’è stato un attacco alla moschea con lanci di sassi durante i momenti di preghiera. Non è sempre stato facile ma, con l’aiuto delle realtà locali tra cui Don Peppino, il sindaco di San Marcellino e Renato Natale (allora sindaco di Casal di Principe), quei gesti, figli dell’ignoranza e del razzismo, sono stati messi a tacere attraverso l’organizzazione di una festa dei popoli in piazza. L’imam afferma che «man mano come comunità islamica siamo entrati in chiesa, in piazza, a scuola. Ci siamo fatti conoscere anche con i nostri piatti tipici come il cuscus. Oggi abbiamo un bel rapporto con i cittadini. Abbiamo ricevuto anche il supporto di sportelli di assistenza agli immigrati e questo ci ha avvicinati molto».
Il terrorismo
Nel 2012 in Siria vi era un gruppo islamico, l’ISIS, che è stato accolto inizialmente come un movimento rivoluzionario ma poi, nel mese di marzo, ha svelato il suo vero volto, attaccando innocenti, e tutti hanno preso le distanze. Fino al 2016 la moschea è stata messa sotto controllo da forze dell’ordine e servizi segreti. Tutto ciò ha portato all’arresto di Mohamed Khemiri, il quale è stato condannato a sei anni e quattro mesi di carcere, in quanto ritenuto un simpatizzante dell’ISIS, per cui avrebbe fatto propaganda via social. Lo stesso è stato assolto dal reato di associazione con finalità di terrorismo internazionale, per il quale rischiava 8 anni di carcere, e condannato per quello di istigazione a delinquere. Khemiri, come afferma Nasser, si sarebbe pentito della sua vicinanza all’ISIS, che avrebbe sostenuto solo per la visione politica “anti-Assad”, presidente della Siria, rinnegando gli atti terroristici. Per la moschea è stato il momento più duro perché la si guardava con paura.
L’islamofobia e l’integrazione
Si può parlare ancora di islamofobia? Le parole dell’imam sono rassicuranti; all’inizio c’era il pregiudizio mentre ora c’è accoglienza. Il sindaco di San Marcellino, Anacleto Colombiano, in più occasioni è intervenuto a difesa di Nasser, definendolo una persona per la pace e con l’appoggio di movimenti, associazioni locali e opinione pubblica si è tornati alla normalità. Le tracce sono rimaste. L’imam ci ricorda come prima delle indagini era solito svolgere un lavoro di mediazione in carcere: «Anche in carcere si cerca di spegnere il male, non solo in strada. Spero sia possibile tornare un giorno». Nasser, interrogandosi poi su tutti i minori che compiono gesti di violenza e che sono disponibili per qualsiasi inserimento fuorilegge, perché pare non esserci un’alternativa, ne è convinto: «C’è bisogno di integrazione scolastica e lavorativa, tutti ruoli che possano garantire una pace sociale. È un male che cresce. Se collaboriamo togliamo tanti mali: oggi è il momento giusto».



















