
«Aspetto tutti i miei lettori – confida Nabil in una delle pagine più necessarie e irrevocabili del libro – Immaginari o reali, non ha importanza. Non sono solo. Le parole dei libri lacerano tutti i silenzi. Si impongono. Il lettore è un prigioniero consenziente, aggrappato all’illusione che a ogni pagina che volterà sarà più libero. E invece si perde sempre di più, viene assorbito, fino a diventare incapace di districarsi in questo labirinto di parole. Eppure, proprio questo supplizio che mi sono scelto mi ricorda perché sono qui, in questa bottega, ad aspettare. In tutti i casi, a Gaza si aspetta sempre qualcosa. Tutti aspettano qualcosa. Ieri non le ho chiesto il suo nome, credo».
Da qui bisognava partire. Non dall’inizio del libro, ma dal punto esatto in cui un lettore vero sente che non sta più leggendo soltanto. Da quella fenditura. Da quella attesa. Perché Il libraio di Gaza, nuovo romanzo di Rachid Benzine (Corbaccio, 2025), tradotto da Lucia Corradino Caspani dall’originale francese “L’Homme qui lisait des livres” — letteralmente: L’uomo che leggeva libri — non si apre davvero quando le sue pagine cominciano, ma quando il nostro respiro inciampa nella dignità di chi resiste non per sé, ma per gli altri.
Nabil apre la sua libreria ogni giorno mentre fuori cadono le bombe. Non lo fa per vendere libri. Lo fa perché qualcuno lì dentro possa ancora respirare. Regalare un volume invece di venderlo non è ingenuità: è atto politico nella forma più radicale. Quando l’unica legge è sopravvivere, scegliere di leggere è sovranità assoluta. Benzine — islamologo, politologo, mente tra le più alte dell’islamismo liberale europeo, uomo che ha portato israeliani e palestinesi insieme ad Auschwitz non per riconciliarli, ma per farli guardare — non racconta Gaza per spiegarla. La racconta per restituirle un volto. Lì dove i media riducono i corpi a statistiche, il romanzo restituisce voce, attesa, nome. Non la cronaca: l’umano non negoziabile.
La trama — essenziale, asciutta, potentissima — è l’incontro tra un fotografo di guerra e un libraio che non è un venditore, ma un presidio. Lì dove tutto è polvere, Nabil diventa lo spazio minimo e irriducibile in cui nessuno viene ridotto a silenzio. Primo Levi, Shakespeare, Simone Weil non sono citazioni colte: sono ossigeno. Sono armi di resistenza interiore. Letterarie — quindi politiche nella sola forma ancora non tossica. E per chi legge questo libro non come un oggetto editoriale, ma come specchio di responsabilità, la domanda che resta addosso non è: “Che cosa accade a Gaza?”.
Ma: “come si resta giusti quando tutto attorno legittima l’annientamento dell’altro?”. Nabil non spiega. Non giudica. Attende. E offre libri. Offre respiro. Non risposte. C’è un momento, uno soltanto, in cui ti accorgi che questo romanzo non ti sta parlando di Gaza, ma alla tua coscienza. È quando capisci che quel libraio potresti essere tu. O che avresti dovuto esserlo. Perché un libraio vero non custodisce merci. Custodisce la dignità degli esseri umani a non scomparire. E, in tempi come questi, quel gesto è ancora una delle forme più nobili, e irriducibilmente umane, di resistenza.
di Achille Callipo
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