Dentro la festa delle Lucerne a Somma Vesuviana

Flavia D'Avino 25/09/2025
Updated 2025/09/25 at 10:58 AM
5 Minuti per la lettura

Ci sono feste che non si dimenticano. Non perché siano spettacolari nel senso moderno del termine – rumorose, affollate, spesso costruite più per il turista che per la comunità – ma perché hanno dentro un respiro antico. La Festa delle Lucerne di Somma Vesuviana, che quest’anno ha avuto un’edizione speciale denominata Magiche Lucerne, appartiene a questa seconda categoria. Più che uno spettacolo, una lenta immersione in un mondo sospeso tra vita e morte, tra la memoria dei campi e la devozione per la Madonna della Neve.

UNA FESTA FUORI TEMPO

La festa è quadriennale: l’ultima regolare si era tenuta nel 2022, la prossima sarà nel 2026. Ma la comunità ha voluto un’eccezione, per l’Anno Giubilare. E già questo basterebbe a dire molto: in un’epoca in cui tutto è programmato con rigida contabilità, Somma ha deciso di aprire un varco, anticipare il ritmo, respirare fuori tempo. È così che tra il 28 luglio e il 5 agosto il borgo medievale del Casamale, incastonato alle pendici del Vesuvio, si è acceso di migliaia di fiammelle d’olio. La parola “lucerna” non è neutra. In latino era la lampada domestica, ma anche votiva, e nei secoli ha portato con sé una ricchezza di significati: luce, purezza, guida morale, perfino allusione sessuale. Una piccola fiammella che racchiude la vita e la morte, l’attesa e la speranza. Lo capisce bene chi, entrando nei vicoli stretti del Casamale, si trova di fronte a quelle strutture geometriche – triangoli, cerchi, spirali – che disegnano tunnel luminosi. Lì si avverte la duplice energia: la celebrazione della fertilità e insieme il ricordo dei defunti, il ciclo perenne del tempo.

IL BORGO E I SUOI SIMBOLI

Camminando tra quelle strade, circondate dalle mura aragonesi e dai nomi antichi, si ha l’impressione di attraversare non un paese ma un libro di archeologia vivente. Le figure geometriche delle installazioni sono metafore della montagna stessa, della sua energia che unisce cielo e terra. Ecco allora il triangolo, simbolo del fuoco o dell’acqua a seconda dell’orientamento; il cerchio, perfezione senza inizio né fine; la spirale, immagine dell’espansione vitale. Persino il rombo richiama il respiro profondo del Vesuvio.

È come se l’intero borgo fosse diventato un atlante di simboli, un manuale di antropologia popolare fatto di luce e di ombre. A completare il quadro, davanti a ogni tunnel di luci, le tavole imbandite con i fantocci che rappresentano lo “sposo e la sposa”. Non semplici scenografie, ma messaggi doppi: convivialità e lutto, abbondanza e mancanza. Zucche svuotate che diventano teschi, ma anche contenitori di vita; tegami di rame e peperoncini rossi che raccontano la quotidianità di un tempo. Tutto parla, tutto ha un senso che rimanda a un altro.

L’ESPERIENZA DI ESSERCI

È una festa che va percorsa a piedi, lentamente, lasciandosi guidare dall’intreccio di odori – il baccalà cucinato in mille modi, il vino catalanesca, le percoche immerse – e di suoni: voci basse, canti che arrivano dai balconi, tamburi che battono lontani. Chi cerca il “grande evento” rischia di restare deluso. Qui la forza è nella misura, nella capacità di una comunità di offrire sé stessa senza sovrapporre effetti speciali. Forse è questo che commuove: in un mondo in cui tutto tende a diventare consumo rapido, Somma Vesuviana conserva il senso del rito come esperienza collettiva. La Festa delle Lucerne si inserisce in un tessuto più ampio di riti, le cosiddette “Feste della Montagna“, anch’esse sospese tra religione cristiana e stratificazioni pagane. I fuochi, i banchetti, la “pertica” addobbata con simboli fallici e abbondanza: tutto riconduce a un’idea antica, quella di placare la montagna, esorcizzare la sua minaccia. È un dialogo tra uomo e natura che il nostro tempo, così sbilanciato sul dominio tecnico, sembra aver dimenticato. Che cosa resta di una serata tra le lucerne? Non solo la bellezza visiva, che pure colpisce. Resta piuttosto l’impressione che quella piccola lampada a olio, fragile e resistente, sia un’allegoria di noi stessi. Una fiamma che rischia di spegnersi e che invece continua a tremolare, nutrita dall’olio della memoria e dalla cura di una comunità.

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