
Nel 1868 un ragazzo di appena quindici anni sale al trono del Giappone. È l’imperatore Meiji e il suo compito è immenso: aprire il Paese al mondo dopo oltre due secoli di isolamento, senza permettere che il mondo ne cancelli l’identità. A più di centocinquant’anni di distanza, quella domanda sembra ancora sospesa sopra il Giappone contemporaneo: come si cambia senza smettere di essere sé stessi? È stato il pensiero che mi ha accompagnato attraversando Tokyo, Kyoto, Osaka e Nara.
Prima di partire immaginavo il Giappone del futuro: robot, grattacieli, treni perfetti e tecnologia ovunque. Tutto vero. Ma è solo la superficie. Sotto i neon di Shibuya e i templi di Kyoto ho trovato soprattutto una società impegnata in un difficile esercizio di equilibrio tra tradizione e modernità. A Tokyo sono stato colpito più da un anziano che spazzava il marciapiede che da qualsiasi grattacielo. In Giappone, vedere persone di settanta o ottant’anni al lavoro è normale. Alcuni continuano per necessità economica, altri perché il lavoro resta una forma di partecipazione alla vita della comunità.
Proprio la crisi demografica sta spingendo il governo ad affrontare il tema dell’immigrazione. Oggi la mancanza di manodopera ha aperto le porte, con cautela, a lavoratori provenienti da Vietnam, Filippine, Nepal e Indonesia. Lo stesso approccio emerge a Kyoto, dove l’overtourism ha portato a restrizioni fotografiche, nuove regole e campagne di sensibilizzazione. Osaka mostra un volto più spontaneo, mentre Nara ricorda ai visitatori, con i suoi cervi, chi è davvero l’ospite.
Tra i ricordi più vividi c’è un terremoto mentre ero dal barbiere. Io mi sono irrigidito; lui ha continuato a lavorare. In quel momento ho capito quanto i giapponesi abbiano imparato a convivere con l’imprevedibilità. Dopo decenni di salari fermi, i principali sindacati hanno ottenuto aumenti salariali vicini al 5%, segnale di un Paese che prova a cambiare senza rinunciare alla propria stabilità. Alla fine del viaggio ho avuto la sensazione che il Giappone non sia il futuro, ma un Paese che vive qualche passo avanti rispetto a sfide che stanno raggiungendo anche l’Europa.
Forse l’imperatore Meiji non se n’è mai andato davvero: continua ad accompagnare il Giappone nella stessa sfida iniziata nel XIX secolo, aprire una finestra sul mondo senza lasciare che il vento si porti via la casa.
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