Per una stagione completamente nuova del rapporto tra politica e giustizia

Per una stagione completamente nuova del rapporto tra politica e giustizia

Francesco Balato 12/03/2026
Updated 2026/03/12 at 3:54 PM
8 Minuti per la lettura
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Siamo arrivati a un livello di scontro che definire intollerabile non è eccessivo. Il conflitto tra politica e magistratura non è mai stato così aspro e il clima che si respira non giova a nessuno, né alle istituzioni né ai cittadini che in esse dovrebbero riconoscersi. Eppure, questo attrito non nasce oggi. Ha radici lontane, intrecciate con la storia stessa della Repubblica, con le stagioni alterne dei rapporti tra i poteri dello Stato, con fasi di avvicinamento e di contrapposizione che hanno segnato interi decenni.

Agli albori della nuova società dei diritti la magistratura ha svolto un ruolo forte nell’attuazione della Costituzione, contribuendo a dare sostanza a principi che altrimenti sarebbero rimasti parole. Nei decenni Sessanta e Settanta si è assistito all’emersione di nuovi diritti, alla crescita di una coscienza ambientalistica che talora si è posta in contrapposizione con potenti lobby industriali, spesso sostenute da sponde nel potere politico. Poi è venuta la stagione della lotta senza quartiere alle mafie, segnata dagli eccidi di Capaci e di via d’Amelio, e quasi in parallelo la stagione di Tangentopoli. In quegli anni la magistratura è apparsa a tratti iper-presente, sospinta anche da un forte consenso popolare, fino a essere percepita come custode suprema dell’etica pubblica contro gli eccessi del clientelismo e della politica corrotta.

L’altalena di presenzialismo e di contenimento

A quella fase è seguita un’altalena di presenzialismo e di contenimento, di espansione e di arretramento, in un rapporto speculare con la politica. Durante la stagione dei governi formati dalla coalizione di centrodestra la rivendicazione del primato della politica come unica titolare della funzione legislativa si è fatta sempre più intensa e si è diffusa la percezione di uno straripamento del potere giudiziario.

Non sono mancate forzature, né da un lato né dall’altro, e alcune stagioni, figlie del loro tempo e per certi versi irripetibili, hanno lasciato strascichi profondi. Più di recente lo scandalo del caso Palamara e le degenerazioni del correntismo hanno incrinato l’immagine etica della magistratura, contribuendo a rendere l’aria ancora più irrespirabile. In questo contesto si muovono quasi diecimila magistrati che ogni giorno si svegliano pensando ai processi da celebrare, alle sentenze da scrivere, alle controversie da definire. Donne e uomini in carne e ossa, madri e padri di famiglia, non macchine insensibili.

Il sale del principio della separazione dei poteri

A torto o a ragione questo clima arroventato ha tolto serenità di vita e di giudizio a molti di loro. E la serenità è condizione essenziale per decidere bene, perché la giurisdizione non è un esercizio meccanico ma un’attività che richiede equilibrio, distacco e concentrazione. È anche per questo che guardo al prossimo referendum sulla separazione delle carriere con un misto di inquietudine e di speranza. Inquietudine per la delicatezza della materia, speranza che comunque vada possa aprire una stagione di maggiore serenità istituzionale nella quale ciascuno torni a fare, nel proprio ambito di competenza, il proprio sacrosanto dovere. Questo è il sale del principio della separazione dei poteri, al quale non possiamo rinunciare perché, fino a oggi, non sono stati inventati metodi istituzionali migliori per tutelare gli interessi della collettività.

Il principio che tiene insieme la democrazia

Quando le prerogative di ciascun potere non sono rispettate e gli sconfinamenti non vengono arginati, il rischio è quello di scivolare verso una forma di anarchia, un liberi tutti che riporta simbolicamente allo stato di natura in cui ciascuno si difendeva da solo. Le prerogative vanno rispettate sacralmente, e gli errori, che sono connaturati a ogni attività umana, devono essere corretti con gli strumenti tecnici che l’ordinamento prevede o potrà ancora escogitare. Non è opportuno che il politico dileggi l’operato dei giudici, né che i giudici dileggino quello della politica.

Se una legge si ritiene incostituzionale esistono procedure precise per sottoporla al vaglio; se una decisione giurisdizionale è ritenuta errata esistono impugnazioni e rimedi. Nessuno dotato di ragionevolezza penserebbe di contestare una scelta sanitaria insultando il medico anziché ricorrere agli strumenti tecnici della medicina. Allo stesso modo nel campo istituzionale sono le procedure a dover regnare. Altrimenti si ritorna a una guerra di tutti contro tutti.

Il referendum e il dovere della prudenza

Venendo al referendum, è doveroso riconoscere che il Parlamento ha agito nell’ambito delle proprie prerogative costituzionali. Certo, sarebbe stato auspicabile un metodo di condivisione più ampio e una maggioranza più larga per una riforma che tocca equilibri così delicati. Ma la procedura prevista dalla Costituzione è stata seguita, e proprio per questo oggi la parola passa al corpo elettorale. A questo punto, senza invadere campi che spettano alla politica, sento però il dovere morale di esprimere un’insoddisfazione sull’impianto complessivo della riforma.

Quando si interviene su un equilibrio costituzionale che ha natura quasi chirurgica e coinvolge principi supremi dell’ordinamento, bisognerebbe essere non solo convinti, ma quasi certi della bontà del nuovo disegno nel suo insieme. E questa certezza, nel suo complesso, non riesco a maturarla. Alcuni aspetti, come l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, il doppio Consiglio superiore o il meccanismo del sorteggio, mi sembrano introdurre possibili inceppi in un mosaico in cui ogni tessera regge l’altra. L’esigenza di demarcare più nettamente la distanza tra giudici e pubblici ministeri è cresciuta nel tempo e merita rispetto concettuale, ma la risposta proposta rischia di aprire crepe che potrebbero compromettere l’intero quadro. Per questo, in via prudenziale, mi sembra che un’operazione così ampia e radicale possa portare più problemi di quanti ne voglia risolvere.

Tuttavia, al di là dell’esito delle urne, ciò che conta con urgenza è recuperare un clima di rispetto reciproco e di lavoro silenzioso. La magistratura non è un’entità astratta, è fatta di persone che vivono nel mondo, immerse nelle sue acque talvolta torbide. Rendiamo quelle acque più balneabili, non intorbidiamole ulteriormente. Torniamo a muoverci dentro le procedure, perché è lì che si misura la maturità di una democrazia e si custodisce la convivenza civile.

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