
Per secoli hanno raccontato il potere, il commercio, la fede e persino la vanità degli uomini. Piccoli oggetti capaci di attraversare il tempo, custodendo storie di imperatori, mercanti e civiltà. Oggi quel patrimonio torna finalmente a risplendere, ma stavolta incredibilmente arricchito. Nel cuore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a partire dallo scorso 25 maggio, ad affiancare gli oltre seimila nummi già esposti – chiusi al pubblico da tempo – arrivano ben 130 nuovi gioielli. Si tratta di vere e proprie meraviglie dallo straordinario valore storico-artistico, di provenienza greca, italica, magnogreca, etrusca, romana e tardo-antica esposte al pubblico mediante un percorso diacronico. Ma non è tutto: di eccezionale rilevanza sono i quattro nuovi rarissimi tessuti aurei ospitati all’interno della collezione, frutto di un meticoloso restauro condotto in sinergia con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze.
Il risultato è un allestimento unico nel suo genere, curato da Floriana Miele e Renata Cantilena, con la collaborazione scientifica di Lucia Amalia Scatozza per quanto riguarda le antiche gioiellerie. Conservata dal Cinquecento a Roma e poi a Parma, la celebre raccolta approdò a Napoli intorno alla prima metà del Settecento grazie all’intercessione del figlio di Elisabetta Farnese e sovrano del Regno delle Due Sicilie dal 1734 al 1759: Carlo di Borbone. La sezione è un “museo nel museo”, per usare le parole del direttore del MANN Francesco Sirano nell’ambito della conferenza stampa antecedente all’inaugurazione.
Un viaggio nel tempo e nello spazio che ripercorre l’antica Magna Grecia e l’Italia, attraversando le altre regioni dell’Impero Romano, i mercati popolari e le grandi corti rinascimentali. «La moneta rappresenta uno strumento dalla grande valenza comunicativa – ha evidenziato Renata Cantilena ai microfoni di Informare – è quello che ha messo in relazione una società, un ceto con un altro, una persona con un’altra». È proprio attraverso le monete che venivano divulgati precisi messaggi ideologici: «Basti pensare, ad esempio, alle città greche, interessate a esaltare la loro autonomia, sino ad arrivare ai magistrati romani, che invece esaltavano le loro “gentes”, e agli imperatori romani, che concepivano la moneta come un vero e proprio strumento di propaganda».
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