
Sono trascorsi quarantacinque anni dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978 in materia di aborto: quarantacinque anni di lotta, di diritti messi a rischio, di petizioni. Al giorno d’oggi, la 194 dovrebbe essere un baluardo consolidato della lotta delle donne; invece, questa viene messa in discussione ogni singolo giorno da quelle persone che non dovrebbero nemmeno avere voce in capitolo.
Vengono definite “iniziative popolari”, ma dovrebbero essere chiamate col proprio nome: violenza emotiva e psicologica. Le petizioni lanciate da associazioni come “Ora et labora”, che si muove sul territorio di Napoli, per rendere obbligatorio l’ascolto del battito cardiaco del feto prima dell’aborto sono il sintomo di una società che non accetta il libero arbitrio delle donne.
A Roma, a metà ottobre, i profili social del VI Municipio hanno diffuso e promosso un’iniziativa che segue la stessa strada di “Ora et labora”, che abbiamo approfondito ulteriormente in un altro articolo. Nel post pubblicato su Facebook vengono riportati data e ora per firmare la petizione, nonché un link diretto al sito del Comune di Roma. La disapprovazione è arrivata sia dal popolo che dalla classe politica: si tratta della prima volta in cui un sito istituzionale sponsorizza un’iniziativa popolare.
In un paese dove il numero dei medici obiettori di coscienza aumenta in maniera esponenziale, negando un diritto inalienabile per le donne, vedere le istituzioni schierarsi a favore di una violenza sistematica è increscioso. Il diritto ad abortire si sta trasformando in uno strumento per fare populismo che la politica, di qualunque schieramento, sfrutta per raccogliere consenso. A seconda della narrazione, il diritto all’aborto passa dal dover essere una garanzia ad un fantomatico obbligo che si vuol imporre dall’alto. Non è così. Non è mai stato così.
La legge n. 194 stabilisce un diritto di tutte le donne, non solo di quelle che decidono di abortire: il diritto alla scelta. Secoli di dominazione maschile ci hanno portato a credere di non poter stabilire cosa fare con i nostri corpi, e ancora oggi ci sono persone che ci vogliono imporre i ruoli di madri e mogli. Abortire non è una scelta presa a cuor leggero e costringere le donne ad ascoltare il battito del feto, innescando una pratica manipolatoria come il guilt trip, è vera e propria pornografia del dolore. Ogni tanto andrebbe ricordato che dove finisce la libertà di un individuo là inizia quella di un altro e che se io decido di abortire non significa che debba farlo anche tu.
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