
Negli ultimi mesi i principali giornali nazionali hanno rilanciato interviste a politici ed imprenditori che invocano l’espansione della Zona Economica Speciale Unica al Nord Italia. Tra piani strampalati ed invocazioni alla fratellanza nazionale si è mascherata un’operazione che potrebbe stroncare definitivamente una delle poche politiche di sviluppo di qualità indirizzate al Sud Italia.
Per chi non la conoscesse, la Zona Economica Speciale (ZES) Unica è un’area geografica delimitata istituita dal governo italiano per attrarre investimenti, stimolare la crescita economica e favorire lo sviluppo delle imprese. Comprende le Regioni del Sud: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma è già stata estesa a Marche ed Umbria facendo appello alla deindustrializzazione e alle tragedie che hanno colpito queste aree.

A differenza della precedente gestione frammentata, la ZES è ora guidata da un’unica Cabina di Regia presieduta dal Presidente del Consiglio con compito di indirizzo politico e da una Struttura di Missione che si occupa degli aspetti tecnici. Per le aziende che investono nel territorio della ZES sono previste da una parte agevolazioni amministrative come l’autorizzazione unica che sostituisce permessi e licenze dei vari enti, dall’altra incentivi economici come credito d’imposta ed esenzioni doganali.
Insomma, un bel pacchetto di vantaggi, pensato per contrastare la ritrosia delle imprese ad investire nelle zone meno ricche del Paese, più lontane dalle grandi filiere e dai circuiti logistici europei.
Ma la ZES è stata anche un’occasione per venire incontro a varie richieste dell’imprenditoria italiana, nella sua eterna crociata contro i “lacci e lacciuoli” della burocrazia. Del resto, anche chi sa quanto quei lacci siano importanti come argine all’anarchia ha accettato che questi venissero “semplificati” in funzione dell’agognato sviluppo economico. Ed ecco che quando arrivano i primi effetti, con il Sud che cresce leggermente più del Nord nel 2025, si attiva la politica.
La prima a scattare è la gloriosa mente del Ministro Salvini, che propone l’estensione alle sfortunate provincie del confine settentrionale, minacciate dagli stipendi svizzeri e dalla economica benzina slovena. Sulla proposta intervengono subito favorevolmente i massimi rappresentanti di imprese e banche, con Orsini e Patuelli che propongono i loro spunti anziché lasciar cadere lo sventurato piano. Vi si spende anche l’uomo più coerente d’Italia, Luigi Sbarra, che da Segretario della CISL è stato paladino degli imprenditori e da sottosegretario per il Sud invoca incentivi per il Nord.
Sotto il peso di tanto autorevoli sostenitori, il Ministro Urso si vede costretto ad iniziare le trattative con i Governatori del Nord. Salvo pochi casi lodevoli, come sempre più comunemente accade, da Sud non arriva risposta.
Attrazione di investimenti e finanziamenti pubblici non sono un gioco a somma zero, ci sono sempre vincitori e vinti. Un allargamento della ZES non solo dividerà una torta già piccola tra troppi avventori, ma dirotterà risorse in zone che non ne hanno bisogno. Occasioni come questa rappresentano le piccole battaglie di una guerra che il Sud non solo non vince, ma sembra aver rinunciato a combattere.
In ogni silenzio della popolazione, della politica, di giornali, sindacati e organizzazioni datoriali meridionali si perde qualcosa. E ci si stupisce che i giovani se ne vadano.
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