
Venti posti non bastano per cinque carceri. E così chi dovrebbe essere curato resta dietro le sbarre, per mesi o per anni, in una terra di nessuno dove la malattia mentale rischia di diventare una condanna nella condanna. Il problema è tutto qui. Quando una persona detenuta ha una grave patologia psichiatrica e necessita di un percorso terapeutico in una REMS, la domanda è semplice: dove deve essere curata? La risposta dovrebbe essere altrettanto semplice: in una struttura sanitaria adeguata, non in carcere. Ma la realtà racconta altro.

Basta guardare alla REMS di Calvi Risorta: venti posti letto su un territorio provinciale nel quale insistono cinque istituti penitenziari. Tra le persone detenute ci sono anche pazienti con disturbi psichiatrici gravi, che non possono essere trattati come semplici detenuti. Il loro problema è sanitario, clinico e umano. Quando i posti finiscono, si aspetta. Si attende che qualcuno venga dimesso, che si liberi un posto, che arrivi una disponibilità. E l’attesa può durare mesi o anni. Nel frattempo, la persona resta in carcere. Ma il carcere non è una REMS.
Non è un ospedale psichiatrico e non è una struttura pensata per garantire un percorso terapeutico specialistico continuativo. Eppure, troppo spesso, diventa il luogo dove restano persone che dovrebbero essere curate altrove. Basta guardare idealmente al reparto di articolazione mentale del carcere di Santa Maria Capua Vetere per comprendere la drammaticità della situazione: persone che attendono da anni un trasferimento in REMS. Anni, non settimane. Persone sospese, bloccate, in attesa di una risposta che si perde dentro una lista d’attesa. E c’è un’altra questione che riguarda il carcere di Aversa e le cosiddette Case di lavoro, dove si trovano circa cinquanta internati. Una realtà che porta ancora con sé l’eredità dei vecchi OPG. Cambiano le strutture e le definizioni, ma resta una domanda: quale prospettiva viene garantita a queste persone? Quanto può durare una permanenza?
Qual è il confine tra sicurezza, trattamento, reinserimento e abbandono? La questione delle REMS non è soltanto datafelix.it una questione di numeri. Servono posti, ma anche strutture intermedie, personale specializzato, continuità terapeutica e una presa in carico reale. Serve soprattutto una responsabilità istituzionale che non si limiti a registrare il problema. Perché dietro ogni numero c’è una persona. Dietro ogni lista d’attesa c’è una vita sospesa. Dietro ogni trasferimento che non arriva c’è qualcuno che continua a vivere in una struttura penitenziaria mentre avrebbe bisogno di vivere dentro un percorso di cura. Il carcere non può diventare il parcheggio della salute mentale. Non può essere il luogo dove finiscono le persone che il sistema sanitario non riesce ad accogliere.
La vera sfida non è soltanto superare definitivamente la logica degli OPG, ma impedire che quella stessa logica sopravviva sotto altre forme, dentro carceri, reparti psichiatrici e Case di lavoro. Perché cambiare il nome alle strutture non basta. Se una persona malata continua a essere lasciata per anni dietro una porta blindata, in attesa di un posto che non arriva, allora il problema non è stato risolto. È stato soltanto spostato. E questa non è giustizia. Non è cura. È semplicemente un’altra forma di abbandono.
di Don Salvatore Saggiomo
Garante dei Detenuti della Provincia di Caserta
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