
La Cop30 si chiude a Belém, in Brasile, con un risultato deludente. Nel testo finale non compare alcun impegno vincolante sui combustibili fossili.
A differenza di quanto accaduto a Baku, alla Cop29 ospitata dall’Azerbaijan, l’accordo di Belém non cita nemmeno una “tabella di marcia” per l’eliminazione graduale di petrolio, gas e carbone. Le richieste di decine di Paesi, incluse molte nazioni vulnerabili al cambiamento climatico, non sono bastate a superare le resistenze dei grandi produttori. Secondo diversi analisti, questa volta si segna un passo indietro persino nel linguaggio diplomatico. L’allarmismo climatico dell’intesa finale risulta più arretrato rispetto a quello approvato due anni prima a Dubai, dove almeno era stato inserito un riferimento esplicito alla necessità di abbandonare le fonti fossili per arrivare al Net Zero entro il 2050. A Belém, invece, l’obiettivo di decarbonizzazione rimane implicito, affidato a formule generiche sulla transizione energetica, senza scadenze né target intermedi condivisi.
I negoziatori hanno definito un set di indicatori per misurare la “resilienza climatica” e hanno invitato i Paesi più ricchi a triplicare, entro il 2035, i fondi destinati alle nazioni più povere e vulnerabili. Si tratta di un impegno importante sul piano politico, ma ancora difficile da valutare sul piano concreto. Uno dei passaggi più controversi della conferenza riguarda il braccio di ferro sui combustibili fossili. La bozza iniziale dell’accordo prevedeva la possibilità di definire una roadmap per l’uscita graduale da petrolio, gas e carbone. La proposta si è però scontrata con l’opposizione degli Usa, l’Arabia Saudita e Russia, cui si è aggiunta l’India, fortemente dipendente dal carbone. Il risultato è stato la cancellazione di ogni riferimento esplicito ai fossili nelle versioni successive del testo, nonostante le pressioni dell’Unione Europea, del Regno Unito e di numerosi piccoli Stati insulari.
Sul piano geopolitico, molti si attendevano che la Cina assumesse un ruolo di leadership più marcato, in assenza di una forte presenza statunitense. Pechino, invece, ha mantenuto una linea prudente al tavolo negoziale. La Cop30, come spesso accade all’Onu, parte con buone intenzioni ma resta impantanata nelle decisioni dei singoli Stati, che considerano le fonti energetiche, fossili e rinnovabili, un terreno di confronto geopolitico. Ancora una volta, il pianeta dovrà affidarsi alla resilienza dei territori e alla buona volontà degli attori più lungimiranti, più che alla capacità di compromesso della diplomazia internazionale.
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